Le dimensioni del bonsai

LE DIMENSIONI DEL BONSAI

Le classificazioni variano da maestro a maestro, non ve ne è una universalmente riconosciuta, questo in particolare per quanto riguarda i bonsai di piccole dimensioni. Per la misurazione viene considerata in genere l’altezza, misurata dalla base del tronco fino all’apice della pianta. Si considerano anche i JIN come facenti parte dell’apice. Una regola diversa va usata per il bonsai in stile cascata (Kengai) che verrà misurato dall’apice superiore a quello inferiore.

Interessante notare come in giappone i bonsai siano catalogati anche in base al numero di mani necessarie per muoverli.

Ohgata-bonsai (grandi dimensioni)

altezza : da 70.1 cm a 120 cm e normalmente un massimo di 100 cm.

Chuugata-bonsai (medie dimensioni)

  • Chuhin bonsai
    altezza: da 35.1 cm a 70.0 cm
  • Kifu bonsai
    altezza: da 20.1 cm a 35.0 cm

Shohin-bonsai (piccole dimensioni)*

  • Shohin bonsai
    altezza: da 10.1 cm a 20.0cm
  • Mini bonsai
    altezza: da 7.1 cm a 10.0cm
  • Mame bonsai
    altezza: fino a 7.0 cm

*La classificazione degli Shohin proviene dalla “All Japan Shohin-Bonsai Association (AJSBA)”.

Fisiologia – Ormoni vegetali

FISIOLOGIA – ORMONI VEGETALI

Tratto da una lezione di Marco Beconcini svolta nel 2010, un interessante articolo sugli ormoni vegetali e sulle loro implicazioni in ambito bonsai.

Di Marco Beconcini e Simone Chiarelli

Ogni organismo per svilupparsi, necessita una comunicazione tra le cellule di cui è composto.

Gli ormoni rappresentano i messaggeri di tale comunicazione intercellulare, interagendo con dei recettori, ovvero proteine all’interno della cellula che danno il via alla produzione di sostanze chimiche. Il risultato di questa comunicazione si traduce nella produzione di sostanze in grado di influenzare lo sviluppo della pianta in ogni sua parte.

Gli ormoni rispondono a stimoli esterni (es. luce) modificando il metabolismo della pianta.

Ogni organo della pianta è così regolato da più di un ormone che può aumentare o diminuire la propria concentrazione all’interno di esso.

Una delle caratteristica degli ormoni vegetali è la propria traslocazione da un organo all’altro sfruttando le vie linfatiche della pianta (es: da radice a fusto),

Differenze tra ormoni animali e ormoni vegetali

ANIMALI

  • Sono di diversi tipi ed in numero superiore.
  • Polipeptidi o steroidi
  • Sono prodotti dall’ipofisi e da ghiandole specifiche

VEGETALI

  • Sono solo 5 i principali.
  • Sono molecole di varia natura.
  • Non esistono organi specifici per la produzione e la loro distribuzione è molto eterogenea.

Gli ormoni vegetali (fitormoni) che agiscono da fitoregolatori possono essere suddivisi in 5 classi principali: Auxine, Gibberelline, Citochinine, Acido Abscissico ed Etilene.

Gli ormoni facenti parte delle prime tre classi si possono classificare come ormoni ad effetto “stimolante” o “accrescitivo”, gli ultimi due ormoni possono essere invece classificati come “ormoni inibitori” proprio per la loro azione inibitoria sulla pianta.

Un breve elenco degli effetti fisiologici delle cinque classi di ormoni di cui sopra.

AUXINE

Il nome deriva dalla parola greca “auxein” che significa “crescita”. Per auxina si intende la sostanza chimica in grado di promuovere la crescita per allungamento dei tessuti vegetali.

È contenuta naturalmente nelle piante in queste forme:

  • Acido indolo-3-acetico (IAA)
  • Acidocloindolacetico (4-Cl-IAA) (Cloroauxine)
  • Acido fenilacetico (PAA)

Oppure in forme sintetiche impiegate nei preparati commerciali.

Le auxine sono localizzate e prodotte soprattutto nell’apice dei germogli dove a determinate concentrazioni è responsabile della distensione dei tessuti.

L’auxina è trasportata nel resto della pianta con un movimento che dal germoglio va verso le radici. La sintesi dell’auxina è maggiore in primavera, periodo durante il quale si ha una maggiore crescita e vigoria della pianta, e rallenta in estate.

L’auxina apporta:
Effetto di distensione dovuto ad un aumento dell’estensibilità della parete cellulare nei giovani fusti in via di sviluppo

Fototropismo Attitudine della pianta a svilupparsi verso la luce. In questo caso sottoponendo un germoglio ad una fonte di luce laterale, che pone un lato del germoglio in ombra, si osserva una direzionalità del germoglio verso la luce a causa della maggior concentrazione di auxina sul lato in ombra del germoglio stesso, che ne provoca una maggior crescita sul lato in ombra ed una minor crescita sula lato esposto alla luce.

Gravitropismo: movimenti per cui le radici si dispongono nella posizione del filo a piombo verso il centro della Terra.

Dominanza apicale e susseguente inibizione delle gemme laterali.

La dominanza apicale è fenomeno in cui l’apice vegetativo inibisce e controlla (da qui il termine “dominanza”) lo sviluppo delle gemme laterali. L’auxina, sintetizzata nell’apice del germoglio, scende lungo il fusto e blocca la crescita delle gemme ascellari favorendo un maggior sviluppo dell’apice vegetativo.

Se si recide l’apice del germoglio, inibendo quindi in parte la sintesi di auxina, le gemme ascellari crescono rapidamente.

Formazione di radici avventizie ad alte concentrazioni e conseguentemente inibizione della radice primaria.
Rallentamento della senescenza delle foglie e stimolo primario alla formazione del frutto.

Tutti questi fenomeni indotti dalle auxine avvengono a concentrazioni standard, All’aumentare o al variare di tale concentrazione si ottiene il risultato inverso al fenomeno provocato:

BASSE CONCENTRAZIONI:

  • Sviluppo del fittone radicale
  • Sviluppo del germoglio

ALTE CONCENTRAZIONI:

  • Sviluppo di radici laterali
  • Inibitore di crescita

Prodotti commerciali contenenti auxine di sintesi:

Acido Alfanaftilacetico (NAA) all’1%

Radicante a dosi elevate,stimolante a dosi più basse

NAA (Acido alfa-naftilacetico) puro 0,01 %

Antistress,stimolante della ripresa vegetativa

NAA (Acido alfa-naftilacetico) puro 7,5%

Potatura chimica, antipollonante

GIBBERELLINE

Le gibberelline sono una famiglia di composti (terpenoidi) che hanno un’influenza sulla divisione cellulare e sulla crescita. Una pianta ad alto fusto contiene una concentrazione di questo ormone superiore rispetto a una pianta con habitus cespitoso o rispetto a un bonsai.

Alcune gibberelline:

  • GA1
  • GA3
  • ENT- Gibberellano
  • ENT- Kaurene

Questi ormoni sono meno mobili delle auxine. E’ prodotta dai meristemi apicali e subapicali del fusto, dal seme e dall’embrione.

Principali effetti indotti dalle gibberelline

  • Allungamento del fusto e conseguente perdita di spessore
  • Interruzione della dormienza del seme dovuta alla temperatura
  • Induzione alla fioritura su piante giovani,o conversione dallo stadio maturo allo stadio giovanile a seconda della concentrazione

Prodotti commerciali contenti gibberelline di sintesi:

Liquidi

    Acido gibberellico (GA3) 2%
    Pastiglie idrosolubili

In Polvere : puro da sciogliere in alcool

  • GA3 9%
  • GA3 12%
  • CITOCHININE

    Le citochinine sono ormoni sintetizzati nel meristema radicale della pianta e sono trasportate verso i germogli attraverso lo xilema

    Zeatina

    Chinetina

    Importanza del rapporto tra Auxine e Citochinine:

    Le auxine ad alte concentrazioni stimolano la formazione di radici, mentre alte concentrazioni di citochinina e di auxina inducono la germogliazione.

    Principali effetti indotti dalle citochinine

    • Stimolazione delle gemme laterali (quando si perde la dominanza apicale questi ormoni promuovono l’attivazione delle gemme ascellari).
    • Effetti sulla formazione del cloroplasto e conseguente produzione di proteine della fotosintesi.
    • Riduzione della crescita degli internodi.
    • Richiamo dei nutrienti.

    Prodotti commerciali contenti citochinine di sintesi:

    • 6-Benziladenina. E’ un nuovo fitoregolatore contentente la 6-Benziladenina,la prima Citochinina di sintesi,questo prodotto è impiegato per indurre la cascola delle mele e quindi selezionare chimicamente i frutti da scartare al fine di favorire lo sviluppo di quelli che permangono.

    Al momento è registrato solo sul melo.

    Di fatto agisce in maniera similare ad un nanizzante e veicola i nutrienti.

    La loro funzione agisce su:

    • Regolazione della dominanza apicale, con un effetto di contrasto, e quindi contrario, a quello delle auxine, portando ad una stimolazione dello sviluppo delle gemme laterali (nelle dicotiledoni)
    • Senescenza, ritardandola.

    ACIDO ABSCISSICO

    Nonostante il suo nome possa richiamare il fenomeno dell’abscissione, e quindi in particolar modo la caduta autunnale delle foglie, ha in realtà un effetto maggiormente legato alla dormienza, legata questa alla stagionalità o a forti fenomeni di stress fisico. L’acido Abscissico:

    • Porta alla dormienza delle gemme e dei semi.
    • Contrasta l’effetto di accrescimento/distensione indotto dall’Auxina.
    • E’ l’ormone che attiva le difese della pianta in caso di stress idrico, salino e da freddo, agendo sulla chiusura e apertura degli stomi. Gioca così un ruolo importante nella riduzione della perdita dell’acqua (dovuta alla traspirazione) in condizioni di stress idrico.
    • Ha un effetto sulla senescenza.

    ETILENE

    E’ un gas,in condizioni fisiologiche è più leggero dell’aria,viene considerato ormone in quanto influisce sullo sviluppo della pianta e viene da essa prodotto.

    Il precursore dell’etilene è l’amminoacido metionina.

    Questo gas è responsabile della maturazione del frutto.

    Principali effetti indotti del gas Etilene

    • Abscissione: caduta di foglie frutti e fiori
    • Maturazione del frutto
    • Epinastia:,curvatura delle foglie verso il basso
    • Viene prodotto quando le radici vengono sottoposte a stress Idrici
    • Crescita orizzontale e perdita del geotropismo radicale
    • Le auxine sono limitatori dell’ etilene

    ORMONI VEGETALI SECONDARI

    • Acido jasmonico= difesa da stress,funghi e batteri
    • Acido salicilico= attivazione di geni induttori di resistenza
    • Poliammine= richiamo per insetti impollinatori
    • Turgorine=turgore cellulare
    • Strigolattoni=dominanza apicale
    • ‪Brassinosteroidi= distensione e divisione cellulare

    Vedi le applicazioni pratiche sui Bonsai

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    L’importanza dei substrati

    L’IMPORTANZA DEI SUBSTRATI

    di Simone Chiarelli.

    Spesso chi si avvicina le prime volte al bonsai, sottovaluta l’importanza che riveste il substrato ai fini della salute delle nostre piante. Tra le tecniche di base, si tende a dare più importanza alla concimazione e all’annaffiatura, trascurando le tempistiche nei rinvasi e ritenendo il “terriccio” nel quale far vivere il bonsai come una componente di secondaria importanza.

    Questo atteggiamento da parte del novizio bonsaista, viene poi meno col passare del tempo, mano a mano che si frequentano corsi, stage, o ci si documenta su forum e siti vari, e mano a mano che si osservano i comportamenti dei bonsai in base al substrato nel quale sono stati rinvasati. Da questo punto di vista, il momento del rinvaso e la conseguente osservazione del pane radicale, rappresenta due momenti topici per capire quanto il substrato utilizzato in occasione del rinvaso precedente sia adeguato. Considerato il fatto che un bonsai, salvo casi di emergenza, viene sottoposto al rinvaso non più di una volta l’anno (ma per quelli formati la norma è una volta ogni due o tre anni), si capisce come un errore nella scelta del substrato possa essere o scoperto o risolto come minimo solo dopo un anno, in corrispondenza del rinvaso successivo.

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    Per comprendere la delicatezza della questione “substrato” basta fare due semplici osservazioni.
    Se ci soffermiamo a considerare che l’assimilazione di acqua e componenti nutritivi è effettuata (principalmente) dalle radici, possiamo facilmente capire l’importanza del terriccio, all’interno del quale le radici si sviluppano e vivono durante tutto l’anno.

    Se poi aggiungiamo che il bonsai vive in un ambiente estremamente ristretto (e non in terra come per le comuni piante) entro il quale le radici devono muoversi, può essere sufficiente per capire come un parte dei problemi che il bonsai manifesta (punte delle foglie secche, marciume radicale e ristagno d’acqua, radici asfittiche) sia direttamente legata proprio alle condizioni del terriccio utilizzato.

    Un’altra questione importante è rappresentata dall’importanza di usare, spesso anche se non sempre, substrati composti, come risultato di miscele di più componenti e non substrati rappresentati da un solo “ingrediente” di base. In altre parole il substrato che ognuno di noi utilizza è la risultante di miscele di due o più substrati di base a formare un composto che riteniamo adeguato in base ad essenza, esposizione, latitudine/altitudine, frequenza di annaffiatura, stadio di formazione del bonsai/prebonsai.

    CARATTERISTICHE STRUTTURALI

    Lo studio della chimica del terreno ci stimola a vedere il substrato dove vivono le radici, come un qualcosa non formato del solo terreno, ma come un sistema composto di tre elementi principali: terra, aria, acqua. La composizione percentuale di questo sistema varia di molto a seconda che si parli di piante in campo o piante in vaso.

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    Da “Substrati e la coltivazione delle piante in contenitore”

    I substrati tipicamente utilizzati nell’arte bonsai hanno come requisito principe la struttura fisica, che generalmente è formata da grani il cui calibro (granulometria) è pari o al di sopra dei due millimetri: prima del rinvaso si cerca quindi di setacciare il substrato di base (akadama o pomice o altro) eliminando la polvere in esso contenuto ed eliminando quanto inferiore a 1 o 2 mm.

    Il risultato dell’operazione col setaccio è generalmente la formazione di due substrati di base diversi. Uno con granulometria medio/grossa (da usare come drenaggio in fondo al vaso), l’altro con granulometria medio/piccola (ma sempre sopra al millimetro o due) da miscelare come composto di base insieme ad altri substrati di base (a loro volta setacciati) per formare il substrato finito da coltivazione.

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    L’uso delle diverse granulometrie

    Premesso quanto sopra, quali sono le qualità fisiche che deve avere un buon substrato? Principalmente quattro.

    • Un buon drenaggio
    • Un buon passaggio di aria tra i grani
    • Mantenimento della struttura fisica nel tempo
    • Capacità di indurre la formazione di radici capillari

    DRENAGGIO

    Una delle caratteristiche cui si deve prestare attenzione è proprio la capacità di drenare e far scorrere, via dal foro di scolo, l’acqua in eccesso ed i residui derivanti dalla concimazione e dalla somministrazione di altre sostanze (acidi umici, integratori). Un buon drenaggio quindi è necessario per evitare ristagni d’acqua ed evitare l’insorgere di malattie fungine letali come il marciume radicale.

    AREAZIONE DEL SUBSTRATO

    La costituzione di un substrato con granulometria adeguata permette anche il passaggio di aria tra i grani: un terriccio areato consente un maggior ricambio gassoso, evita l’asfissia radicale e la disponibilità di una maggior quantità di ossigeno da parte delle radici (quindi maggior crescita).
    A questo punto comprendiamo come un buon terreno da bonsai (ipotizziamolo in assenza di concimazioni e integratori) comprenda tre elementi di base (terra, aria, acqua) che combinati assicurano una crescita sana ed equilibrata alla pianta.
    La presenza di un’abbondante quantità di aria consente anche un elevato e veloce ricambio di aria/acqua e quindi una maggior crescita da parte della pianta.

    MANTENIMENTO DELLA STRUTTURA

    Un’altra caratteristica da non trascurare è il mantenimento della struttura nel tempo.
    Quali sono i motivi che spingono il bonsaista a rinvasare con la cadenza prescelta?
    Se si trascura la motivazione “crescita” (la pianta è stata lasciata crescere ed il vaso risulta inadeguato come dimensioni alla pianta cresciuta), le cause che portano al rinvaso sono essenzialmente due

    • Le radici hanno riempito il vaso ed escono dal foro di scolo o addirittura nei casi più gravi il pane ne risulta sollevato dal bordo
    • I grani si sono disgregati e hanno creato un composto unico, compatto e poco areato/drenante.

    La terza motivazione, che interessa in questo frangente, è la conseguenza del tempo che passa e dell’alternarsi delle stagioni. Con il passare del tempo infatti la crescita delle radici ed il “movimento” che esse inducono nel substrato, l’apporto di acqua e di concimazioni, il susseguirsi di temperature fredde in inverno e calde in estate, disgregano i grani frantumandoli e facendo decadere il terriccio in termini di drenaggio, ossigenazione, scambio gassoso. Si crea quindi un composto dove gli interstizi tra i grani sono ridotti al minimo e vengono a decadere le qualità del substrato.

    Quindi diventa importante utilizzare, soprattutto per bonsai formati e soggetti a rinvasi meno frequenti, substrati che abbiano un ottimo mantenimento della struttura del tempo, dotati di una struttura fisica forte e durevole e meno soggetta a decadimento a causa degli agenti atmosferici e non.
    Da questo punto di vista, se paragoniamo l’akadama/kanuma con la pomice, ci rendiamo conto quanto le prime siano dotate di grani la cui disgregabilità è maggiore rispetto a quanto succede per la pomice: e da questo ne consegue una maggior frequenza nei rinvasi per ovviare al decadimento del terreno (e della salute della pianta). Probabilmente il problema disgregabilità, legato come detto anche alle temperature invernali rigide, si presenta in misura minore in un clima come quello giapponese dove le temperature sono generalmente più miti (fatta eccezione per l’isola di Hokkaido).

    FORMAZIONE DI PELI RADICALI

    Un’ultima caratteristica molto importante per un substrato bonsai è quella di induzione alla formazione, nell’apparato radicale, di quanti più peli radicali possibile.
    I peli radicali rappresentano la fase terminale della radice, la parte che però riveste un ruolo fondamentale nell’assimilazione di acqua ed elementi nutritivi da parte della pianta. Per una pianta il cui spazio vitale è ridotto all’osso, avere, in percentuale, un’alta percentuale di peli radicali, diviene fondamentale per il corretto approvvigionamento di acqua ed elementi nutritivi.
    Questa proprietà è direttamente legata alla granulometria del composto in termini di forma (grani irregolari e non smussati) e dimensione.

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    Nella figura sopra il comportamento della radice di fronte ad un grano smussato e ad un grano irregolare.Si noti la suddivisione del pelo radicale nel caso di grano irregolare

    CARATTERISTICHE CHIMICHE – PH

    Il pH è una misura della reazione chimica di una soluzione. La reazione può essere neutra, acida o basica.

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    Terreni e PH

    L’importanza del PH deriva dalle correlazioni che esso ha con la fertilità del terreno stesso e con la disponibilità di alcuni elementi nutritivi. Alcuni elementi nutritivi, macro e microelementi utilizzati dai vegetali per la loro crescita, assumono infatti forme che risultano assimilabili o non assimilabili al variare del PH del terreno.

    Ad esempio se il PH del terreno è solitamente neutro (intorno a pH 7), alcuni minerali come il calcio e il magnesio, sono maggiormente solubili in presenza di PH basico (pH >7), altri come ferro, il manganese ed il rame, sono maggiormente solubili in soluzioni acide rendendosi quindi indisponibili per le piante in presenza di PH elevati (basici).

    In termini pratici ne deriva che la maggior parte delle piante vegeta bene in substrati neutri o vicini al neutro: ci sono però alcune eccezioni rilevanti come azalee e rododendri, eriche che costringono il bonsaista all’utilizzo di substrati acidi di provenienza giapponese quali la kanuma, o altre essenze come l’acero o le sughere che secondo recenti evidenze empiriche prediligerebbero terricci leggermente acidi.
    Le piante che prediligono un substrato acido sono dette “acidofile”, quelle che lo prediligono basico “basofile”, quelle infine che vivono bene in un substrato neutro “neutrofile”.

    Tra gli effetti concreti della variazione eccessiva del PH di un terreno si notano:

    • I classici casi di clorosi ferrica nel caso di acidofile il cui substrato acido vede innalzarsi il PH (e quindi diventare alcalino).
    • Al contrario, una forte riduzione di pH durante il corso della coltivazione porta ad un forte assorbimento di microelementi.

    POTERE TAMPONE

    Direttamente correlato al concetto di acidità/basicità nel terreno è il potere tampone.
    In chimica una soluzione è detta tampone quando ha la capacità intrinseca di mantenere stabile il pH anche a seguito di rilevanti aggiunte di un acido o di una base.

    Il potere tampone in chimica del suolo è definito quindi come la capacità del substrato di mantenere stabile il proprio PH contrastando variazioni verso l’acidità o basicità dello stesso.
    La stabilità del PH in un substrato è quindi un requisito importante affinchè il substrato stesso mantenga nel lungo periodo un adeguato grado di fertilità e assimilabilità degli elementi in esso disciolti, senza che questi si rendano non più disponibili e assimilabili dal bonsai dopo un certo periodo di tempo a causa della variazione del PH.

    A parità di condizioni, il potere tampone dei terreni alcalini verso l’acidificazione è più alto di quanto sia quello dei terreni acidi verso l’alcalinizzazione. Questo fenomeno rende molto più difficile la correzione dei terreni alcalini rispetto a quella dei terreni acidi.

    Il maggior potere tamponante dei terreni alcalini è correlato alla CSC (si veda sotto): la capacità di scambio cationico aumenta infatti con l’aumentare del PH e quindi risulta maggiore nei terreni il cui pH è basico.
    Scendendo nello specifico i terreni a base di torba bionda, hanno un minor potere tampone rispetto alle miscele di torba con argilla (notare che l’akadama è un’argilla), humus di corteccia e terricci da compostaggio. Da prove di laboratorio si è notato che l’humus di corteccia, utilizzato come sostanza tampone, riveste una grande importanza nei substrati per coltivazione: sarebbe infatti in grado di tamponare sia l’effetto dell’acqua per irrigazione con bassa durezza da carbonati, sia quello dell’acqua con alta durezza.

    CSC

    La CSC, abbreviazione per capacità di scambio cationico, è la quantità di cationi che sono potenzialmente scambiabili dal substrato, il quale li mette a disposizione delle piante e dei microrganismi per la loro assimilazione. In sostanza esprime la capacità del terreno di essere fertile, soprattutto nel medio/lungo periodo, rilasciando gradualmente le sostanze nutritive assimilabili da parte del vegetale.

    La CSC è espressa generalmente in milliequivalenti per 100 grammi (meq/100g).
    Si colloca generalmente tra i 5 ed i 50 meq/100g. Nei suoli torbosi può addirittura raggiungere valori intorno a 200.
    Come accennato in precedenza, la capacità di scambio cationico aumenta con il pH, quindi i terreni alcalini hanno una CSC più alta dei terreni acidi.

    Interessante è notare come la CSC sia correlata (in maniera direttamente proporzionale) al contenuto di argilla e soprattutto di sostanza organica. Questa caratteristica ha interessanti conseguenze per il bonsaista se si pensa che l’akadama non è altro che un’argilla.

    INTERRELAZIONI TRA SUBSTRATI E CONCIMAZIONI

    Più è alta la CSC, minore sarà il dilavamento della sostanza assimilabile e al contrario sarà resa disponibile gradualmente alle radici.

    Il principale problema deriva dal fatto che i substrati da bonsai, generalmente composti da alte percentuali di pomice e akadama o altri inerti, hanno una medio/bassa CSC (rispetto a composti non inerti), per cui la loro capacità di trattenere gli elementi della fertilizzazione (e cederli gradualmente) è generalmente modesta.
    Ne deriva che in terreni ultra drenanti e inerti, dove quindi la componente organica viene a mancare, la CSC è bassa, ed il dilavamento dei componenti nutritivi è veloce ed elevato.
    In questi terreni è consigliabile quindi effettuare concimazioni organiche solide a lenta cessione (Biogold, Hanagokoro, Aburukasu) in modo da aumentare la parte organica nel substrato e di conseguenza elevare la capacità in termini di CSC. Elevando la CSC si ha quindi una maggiore fertilità ed una cessione della sostanza assimilabile graduale e prolungata nel tempo.

    Oltre al miglioramento della CSC, un ulteriore effetto dell’uso di concimazioni organiche in substrati inerti, è anche la loro maggior compatibilità con la presenza di microrganismi batterici.
    Questi infatti rivestono un ruolo importante nell’assorbimento dei nutrimenti minerali. Basti pensare come la maggior parte delle piante assorba infatti solo l’azoto in forma nitrica: nel caso di somministrazione di azoto in forma ureica o ammoniacale, alcune specie batteriche saranno preposte alla trasformazione in azoto nitrico maggiormente assimilabile.

    In terreni dotati di maggiore sostanza organica, dove la CSC è maggiore, si possono invece utilizzare con maggior tranquillità concimazioni liquide di tipo chimico che saranno dilavate in misura minore.

    Il rinvaso passo a passo di un prebonsai

    IL RINVASO PASSO A PASSO DI UN PREBONSAI

    di Simone Chiarelli

    L’anno scorso ho effettuato un rinvaso di un olmo di proprietà di un’amica.
    La pianta non era stata rinvasata da molti anni e dovevo ridurre il pane radicale per rinvasarla in un vaso molto più piccolo di quello dal quale proveniva.

    Ho eseguito il rinvaso al momento in cui le gemme sono diventate gonfie pronte a ributtare.

    figura1

    Figura 1
    Per prima cosa ho scelto il vaso, di plastica, leggero, e basso.
    Quello in figura 1 ha 8 fori di scolo il che è importante perché permette di far fuoriuscire bene l’acqua da sotto.

    figura2

    Figura 2
    Ho messo sul fondo (Figura 2) della retina usata per zanzariere. Questo consente la non fuoriuscita del terreno o l’entrata di insetti indesiderati
    figura 3

    Figura 3
    I fori piccoli (sono 4 in tutto) li uso per ancorare la rete al vaso, internamente…

    figura 4

    Figura 4
    …ed esternamente al vaso con piccoli pezzi di filo da bonsai (figure 3 e 4)

    figura5

    Figura 5

    figura 6

    Figura 6
    Ho tagliato dell’altro filo bonsai (Figura 5 e 6) con il quale ancorerò la pianta al vaso, facendo passare il filo per due fori di scolo (due dei quattro grandi di cui è dotato il vaso).

    figura7

    Figura 7
    Ho setacciato poi la pomice grossa (Figura 7) da usare per il drenaggio sul fondo.

    figura8

    Figura 8
    Ho steso la pomice da drenaggio sul fondo del vaso (figura 8).

    figura9

    Figura 9
    In una bacinella (figura 9) a parte ho già messo pomice piccola e akadama già setacciate in precedenza.

    figura10

    Figura 10

    Ho aggiunto il terriccio universale e ho mischiato il tutto.
    Il tutto sarà:

    • 30%pomice
    • 20% akadama
    • 50% Terricco universale (T.U.)

    figura11

    Figura 11
    Con la miscela così ottenuta ho messo un primo strato sopra il drenaggio.

    figura12

    Figura 12
    Ora passiamo all’olmo (Figura 13).
    Ho cominciato a eliminare la terra con una bacchetta da ristorante cinese.

    figura13

    Figura 13
    Con l’uso della vanghetta e delle forbici da radici ho eliminato la parte più esterna del pane radicale.
    figura14

    Figura 14
    Con l’uso del bastoncino cinese (figura 14) sono poi passato a eliminare la terra vecchia dalla parte del pane più vicina alla pianta.

    figura15

    Figura 15
    L’olmo accanto al nuovo vaso.

    figura16

    Figura 16
    L’olmo nel suo alloggiamento. Notare che il filo di ancoraggio è passato sopra il pane radicale.

    figura17

    Figura 17
    Ho aggiunto il terreno e con la mano ho compattato la terra in modo che sia distribuita uniformemente.

    figura18

    Figura 18
    Non resta che tirare da sotto il filo di ancoraggio per fissare la pianta al vaso.

    figura19

    Figura 19
    Ho tirato bene il filo per ancorare la pianta al vaso ed evitare che rimanessero sacche di aria.
    I due capi del filo saranno poi legati l’uno con l’altro.

    figura20

    Figura20
    Il nuovo ed il vecchio vaso…

    figura21

    Figura21
    Ho annaffiato fino a far scolare l’acqua dai fori del vaso.
    Ho tenuto all’ombra una settimana.

    Progetto, impostazione e programmazione dei lavori

    PROGETTO, IMPOSTAZIONE E PROGRAMMAZIONE DEI LAVORI

    (tratto da appunti raccolti durante una lezione di Andrea Terinazzi di Novembre 2012) di Simona Hirsch e Simone Chiarelli

    Uno degli aspetti più difficili nel fare bonsai è costituito dalla programmazione dei lavori e delle diverse impostazioni che si devono susseguire negli anni sulla pianta, in modo da trasformarla da pianta da vivaio o prebonsai o pianta prelevata in natura, a bonsai da mostra. Spesso ci si trova di fronte una pianta che viene “smontata” pesantemente in occasione del primo intervento, ma sulla quale poi non si hanno idee su eventuali ulteriori interventi futuri. Fondamentale per il bonsaista è dunque quello di “vedere“ gli sviluppi futuri, sapere quale sarà la forma finale della pianta e programmare di conseguenza gli interventi negli anni. E’ necessario quindi che tutti gli interventi, anche i più piccoli, siano parte integrante di un disegno complessivo di lungo periodo. Le righe qui sotto provengono, seppur in parte integrate, da appunti annotati da Andrea Terinazzi in previsione della lezione da lui tenuta, in occasione del corso intermedio, a Novembre 2012.

    1 Scelta del materiale

    Il primo momento nella progettazione della pianta è costituito da un’accurata scelta del materiale.

    PREGI E DIFETTI

    Un errore nella scelta della pianta da lavorare (difetti talmente evidenti che ne pregiudichino o ne limitino anche in futuro miglioramenti) porta ad anni di lavoro spesi nella direzione sbagliata e ad una pianta che molte volte rimane non valorizzata perché non gradita dal bonsaista. La scelta deve essere fatta senza fretta, con ponderazione e con riflessione, senza farsi prendere dalla volontà di acquistare per forza la prima pianta che ci passa sotto gli occhi. In un mondo ideale basterebbe applicare le regole che tutti i corsi per bonsaisti e i libri insegnano, ma in realtà difficilmente riusciremo a trovare materiale da «manuale»; quindi dobbiamo volgere l’attenzione su singoli elementi che caratterizzano la pianta. se i pregi superano i difetti (e se i pochi difetti presenti sono eliminabili/camuffabili nel tempo), allora possiamo procedere all’acquisto o al recupero della pianta.

    CARATTERISTICHE E REGOLE

    Il materiale di partenza deve essere bello. Tutte le operazioni che andremo a compiere devono essere fatte nel modo migliore. Cosa si considera bello nel bonsai?

    • la proporzione
    • l’asimmetria
    • il fatto che la pianta non deve essere né ripetitiva né artificiale.

    PIANTE E BUOI DEI PAESI TUOI

    Da tenere molto in considerazione anche la scelta dell’essenza da acquistare: ai fini di tale scelta dobbiamo tener conto della posizione/altitudine (sul livello del mare) dove la pianta vivrà. I risultati migliori si ottengono solitamente coltivando essenze autoctone, evitando quindi, tanto per fare due esempi, di coltivare Larici in Sardegna e Sughere a Merano.

    DA QUANTO TEMPO E’ ESPIANTATA

    Se la pianta è in giardino o bosco dobbiamo tener conto che le piante, prima di essere lavorate, dovranno superare lo shock dell’espianto e devono essere ben attecchite ed in salute: quindi i tempi della prima impostazione si allungheranno molto, dai 2 ai 5 anni dal prelievo.

    2 Progetto

    Una volta scelto il materiale e venuto il momento di poter lavorare la pianta, ci poniamo di fronte al nostro piccolo problema: che fare?

    DISEGNO E ANALISI

    Butteremo giù un progetto.

    Con calma, inizieremo a studiare la pianta partendo dal basso poi salendo lungo il tronco, analizzandone tutte le angolature e ruotandola per valutare l’ipotetico fronte.

    Se non si hanno idee chiare è meglio non lavorare ma analizzare la pianta a 360° e cercare di trovare tre o quattro possibilità alternative di realizzazione facendo alcuni schizzi che blocchino le tue visioni.

    Faremo questo tenendo conto dello stile che più si adatta alle caratteristiche della pianta, scegliendo il fronte o i vari altri fronti possibili, e di conseguenza il primo ramo che, come sappiamo, darà l’indirizzo a tutta la pianta.

    Il disegno non deve essere fatto da un artista ma serve solo a fissare le tue idee, anche se non sarà vincolante ma ci indicherà una linea da seguire, con varie metodiche per raggiungere il nostro progetto finale.

    Analizzeremo tutte le parti facendo un programma di interventi per migliorare o nasconderne i difetti: dove è possibile correggere inizieremo a farlo, laddove non fosse possibile vedremo come nasconderli o camuffarli.

    A volte un difetto può essere sfruttato, addirittura facendone il punto focale che caratterizza la pianta: ecco perché va tutto ponderato bene prima di procedere con tagli o pieghe soprattutto quando sono importanti. Meglio aspettare qualche giorno in più a fare un taglio importante che farlo in maniera affrettata e poi non poter più tornare indietro.

    Non devono essere fatti interventi approssimativi e affrettati: tra il brutto e il bello non c’è continuità.

    Importante è come uno si pone di fronte la pianta

    Prima Regola: io non lavoro la pianta, io lavoro con la pianta
    Seconda Regola: l’asimmetria è la finalità da raggiungere nel nostro progetto.

    L’impostazione di una pianta è l’inizio di rapporto a due, dove devi essere pronto a tornare sulle tue decisioni, se l’albero per vari motivi non risponde positivamente a ciò che ti eri prefissato.

    3 Programma dei lavori

    • Prima impostazione
      Nella prima impostazione: vengono corrette le posizioni dei rami e del tronco usando il filo e i tutori (in questa fase su piegature importanti bisognerà usare tutte le tecniche di protezione, tipo rafia, nastri di gomma, tutori di sostegno a pieghe, dove utilizzati – o attrezzi per piegatura particolari); ai rami verrà applicato il filo solo sul primario e secondario, se ci sono.
      Seguirà un anno di coltivazione per consolidare le pieghe fatte. Le pieghe sono utili anche far penetrare meglio la luce nelle parti interne dei rami che normalmente sono spoglie. Il filo si toglierà quando inizierà a incidere la corteccia e verrà riposizionato nuovamente se il periodo lo consente.
      I rami verranno lasciati in numero superiore a quello che sarà il disegno del progetto: questo ci consentirà di avere strade alternative nel caso in cambiassimo parzialmente idea o nel caso in cui alcuni rami seccassero.
      In questa fase i secchi non si lavorano perché tutto il progetto è provvisorio.
    • Seconda impostazione
      Se tutto va bene e la pianta risponde bene si passa alla seconda impostazione, che consiste nel rivedere il disegno e cominciare a selezionare i rami e eventuali sostituzioni di apici sia sui rami primari che secondari; intanto avremo più conoscenza della pianta grazie all’analisi di come risponde alle nostre sollecitazioni, lavorazioni, tecniche di coltivazione e la sfrutteremo per raggiungere i nostri obiettivi.
    • Terza impostazione
      Anche qui, se tutto andrà bene passeremo alla terza impostazione che consiste nel lavorare le parti morte della pianta, dove ce ne sia la necessità, e una nuova filatura che stavolta riguarderà i rami secondari e terziari, visto che i primari e il tronco dovrebbero essere, a questo punto, già in posizione, al limite useremo dei tiranti per spostarli o abbassarli.
    • Quarta impostazione
      Siamo ormai alla quarta impostazione (che non vuol dire 4° anno) quindi la pianta verrà messa in vaso bonsai, radici permettendo.
      Nella scelta del primo vaso è meglio selezionarne uno un po’ più grande del previsto, perché a volte qualche centimetro in meno può costare la perdita della nostra pianta o nella migliore dell’ipotesi un fermo della stessa.
      Naturalmente nel progetto dobbiamo cercare il più possibile di rispettare il carattere della specie (un abete in uno stile a scopa rovesciata sarebbe molto improbabile).

    Tecnica Bonsai

    TECNICA BONSAI – ORMONI VEGETALI – APPLICAZIONI PRATICHE SUI BONSAI

    Tratto da una lezione di Marco Beconcini svolta nel 2010, un interessante articolo sugli ormoni vegetali e sulle loro implicazioni in ambito bonsai.
    di Marco Beconcini e Simone Chiarelli

    Una corretta conoscenza delle caratteristiche degli ormoni vegetali di sintesi, può aiutarci nelle pratiche di coltivazione della pianta a cui ci troviamo di fronte quotidianamente parlando di bonsai.
    Il bonsai a livello di coltivazione è una pianta in vaso e come ogni pianta in vaso è sottoposta a stress di varia natura che vengono accentuati in molti casi da:

    – PARTICOLARITA’ DEI TERRICCI

    – RIDOTTO SUBSTRATO A DISPOSIZIONE

    – DIFFICOLTA’ NELL’IRRIGAZIONE

    – FRAGILITA’ DELL’APPARATO RADICALE

    – RINVASI SPESSO IMPATTANTI

    Un ottimo aiuto può essere fornito dai prodotti a base di Fitormoni.

    E’ interessante prendere in considerazione le principali operazioni di coltivazione del Bonsai e i rispettivi ormoni da tener in considerazione per avere un aiuto concreto.

    Rinvaso

    Quando effettuiamo un cambio di vaso, sia che si tratti di un vaso bonsai o di ciotola di coltivazione, modifichiamo l’ambiente radicale. Tagli di radici e capillari, cambi di substrato, eliminazione del pane originale, rinvasi fuori stagione, possono determinare stress talvolta irrimediabili.

    Anche il finto rinvaso, ovvero il posizionamento di una pianta in un contenitore più grande senza toccare le radici, porta ad uno stress, in quanto la radice deve penetrare nel nuovo substrato spesso diverso dal precedente e necessita in qualche caso di un aiuto. In questo caso è utile apportare delle Auxine ed in particolare Acido Alfanaftalacetico.

    Le auxine favoriscono lo sviluppo di radici nuove, consentono di riattivare il metabolismo della pianta consentendo di avere un minor impatto su di essa. Prodotti con NAA 0,1 % da usare come anti stress radicale.

    Yamadori

    Gli espianti non perfetti, o dove non è possibile arrivare a prendere molto pane radicale determinano possibilità ridotte di sopravvivenza per la pianta espiantata, tuttavia possiamo provare ad aiutarci anche in questo caso irrorando le radici con Auxine (NAA 1 %) e la chioma con NAA 0,1 %.

    Propagazione per talea e margotta

    Per avere buone probabilità di successo in queste due pratiche è necessario l’impiego di ormoni radicanti. Anche in questo caso le Auxine fanno al caso nostro, usiamo acido Alfanaftalacetico e quindi prodotti con NAA 1% circa.In formato liquido o in polvere, nel caso della talea distribuiamo l’ormone alla base della talea stessa aumentando la capacità di formare radici avventizie. Nel caso della margotta, da applicare nella zona del cambio rimossa prima di inserire il terriccio oppure nebulizzato sul substrato.

    Stress da freddo, colpi di calore, malattie provocate da insetti o funghi prolungate nel tempo, stress salino, stress da marciume radicale: tutti casi nei quali il metabolismo della pianta si interrompe e non sempre ritorna alla situazione ottimale per ripartire.ORMONE DA IMPIEGARE : Auxine – Acido alfanaftalacetico NAA o Acido indolbutirrico IBA 0,1 %.

    Stasi vegetative o difficoltà nel germogliare

    Talvolta le piante con fusti importanti o comunque longeve, hanno difficoltà di emettere nuovi germogli. La pratica del Bonsai tende a invecchiare la pianta e anche su piante formate ci può essere bisogno di un ringiovanimento (perdita di un ramo, ritiri di linfa ecc. ecc.). Prima di procedere a operazioni più invasive come l’innesto o il cambio di vaso è possibile fare un tentativo con gli ormoni radicanti. In questi casi si deve ricorrere alle Gibberelline (GA1-GA3 Acido gibberellico al 2%). Le gibberelline infatti a determinate concentrazioni possono indurre il ringiovanimento della pianta e stimolare l’apertura delle gemme quiescenti.

    Dormienza del seme

    Non tutte le specie hanno un alto tasso di germinabilità. Questo dipende da molti fattori che devono essere ottimali per far si che si formi la giovane pianta come la temperatura, la stagionalità, la vigoria del seme, la pianta madre ecc ecc.

    Gli ormoni possono interrompere questa dormienza e far aumentare le possibilità di successo nella semina. Si impiegano le Gibberelline (GA3 Acido gibberellico 10% circa). Le gibberelline hanno la caratteristica di interrompere la dormienza del seme soprattutto se la causa è la temperatura.

    Cimatura o potatura verde

    La cimatura, ovvero l’asportazione dell’apice del germoglio, è praticata in fase di formazione della pianta per la regolazione della chioma e per la riduzione della vigoria del ramo cimato, in modo da frenare le parti apicali della vegetazione e da bilanciare lo sviluppo dei germogli e della ramificazione arretrata secondaria e terziaria. Asportando la gemma apicale, luogo dove viene sintetizzata gran parte dell’auxina, si ottiene una riduzione della dominanza apicale ed un conseguente aumento di vigoria sulle gemme e sulla ramificazione arretrata. Sulle gemme laterali, in parte per l’effetto delle citochinine, in parte per effetto dell’aumento della sintesi di auxina, vedremo un aumento della vigoria e della crescita.

    L’uso di citochinine nel bonsai senza asportarne l’apice, può accelerare la formazione della ramificazione e della struttura della pianta.

    Figura tratta da Piero Guarino – L’impiego dei brachizzanti sulle piante ornamentali.

    Brachizzanti

    L’allungamento dei germogli in una pianta avviene attraverso due modalità, per divisione e per distensione cellulare. Come detto nella prima parte, le Gibberelline hanno maggiore influenza sui processi di distensione cellulare.

    L’effetto dei brachizzanti (i termini latino bracus e greco brachys, significano corto) è quello di contrastare l’azione dell’acido Gibberellico e quindi di limitare la crescita cellulare per distensione.

    In particolar modo i brachizzanti (o nanizzanti) hanno effetto sull’accrescimento primario (per allungamento quindi) piuttosto che sull’accrescimento secondario (distensione in larghezza). Quindi il loro effetto è quello, limitando la crescita per distensione, di limitare l’allungamento degli internodi e di tenere la chioma della pianta compatta ed equilibrata.

    Tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione anche parziale – menzione del nome dell’autore obbligatoria ai sensi legge 633/41.

    L’esposizione

    L’ESPOSIZIONE

    (tratto da appunti raccolti durante una lezione di Edoardo Rossi)
    di Roberto Bezzi

    Tokonoma

    Dove la notte si dormiva ed il giorno si scriveva: per questo ha una finestra laterale che illumina e per questo la luce ideale è laterale e non deve arrivare dal fronte o dall’alto, il Tokonoma è un luogo sacro.

    Allestire il Tokonoma vuol dire abbellire lo spazio (Kasari), nel Tokonoma l’elemento principale è lo spazio, gli altri elementi (bonsai, suiseki, kakejiku, Shitakusa) servono ad abbellire lo spazio, di solito gli elementi utilizzati sono 3, messi in modo da dare anche un senso di profondità (non allineati), mentre per le esposizioni nelle mostre bonsai o suiseki di solito si mettono solo due elementi (es. bonsai e Shitakusa), nel caso si presenti un bosco od un bonsai su pietra è possibile non utilizzare altri elementi in quanto l’elemento secondario (erba di compagnia) è già presente nella pianta principale, sotto forma di erbe e licheni presenti nel sottobosco o nella roccia. Un principio fondamentale nella presentazione è l’asimmetria: non devono esserci elementi ripetitivi (per esempio non va bene avere fiori sia nel kakejiku che nel shitakusa, non va bene avere il vaso del bonsai della stessa forma del vaso del shitakusa, ecc.), ma anche avere tutto completamente asimmetrico creerebbe confusione, per questo motivo in tutte le presentazioni c’è un elemento perfettamente simmetrico: si tratta del vaso che viene posizionato sul tavolo in modo perfettamente centrato, l’unica eccezione a questa regola si ha quando il tavolo è costituito da una lastra di legno asimmetrica (Jita).

    Essendo lo spazio l’elemento principale prima di scegliere gli elementi da presentare occorre conoscere lo spazio a disposizione, infatti nell’allestimento tutti gli elementi sono modificabili tranne lo spazio: una pianta grande in uno spazio piccolo non viene valorizzata, così come una piccola pianta in uno spazio grande non riesce ad abbellire lo spazio. Il “vuoto”, quindi lo spazio, è l’elemento principale che serve al “pieno”, quindi al bonsai, di esprimersi, quindi la pianta stessa deve essere adatta a quello spazio, altrimenti non potrà essere apprezzata da chi la osserva.

    L’allestimento perfetto di un Tokonoma è un’armonia fra i vari elementi che comprende anche la natura e la sua stagionalità: la stagione da rappresentare è quella in corso, l’unica eccezione si ha a fine inverno (gennaio, febbraio), dove possiamo anticipare la primavera con un elemento che fa vedere l’inizio della ripresa primaverile (per esempio un Shitakusa con un fiore), questo aiuta anche l’osservatore ad essere positivo verso la consapevolezza dell’imminente arrivo della primavera.

    Shitakusa

    (pron. SHTAKSA) Erba di compagnia, tradotto alla lettera “erba che sta sotto”. Deve essere, come dice il nome stesso, un elemento che “sta sotto”, quindi che non intralcia la visibilità dell’elemento principale, ma lo aiuta ad essere osservato perché è in armonia con lui.

    La posizione migliore è il punto più lontano possibile senza essere considerato un elemento estraneo (si allontana dal bonsai finchè si vede che più lontano non sarebbe più in armonia e perderebbe il contatto visivo con gli altri elementi).

    Il movimento dell’albero determina la posizione

    Un albero che va verso sinistra deve avere la parete più vicina a destra, un albero che va verso destra deve avere la parete più vicina a sinistra, questo per dare modo all’albero di protendersi verso il vuoto.

    Per determinare se l’albero va verso destra o verso sinistra ci sono tre elementi fondamentali:

    • la direzione iniziale del tronco
    • la direzione del ramo principale
    • la direzione dell’apice.

    Questi tre elementi dovrebbero avere la stessa direzione per ottenere un bel bonsai, in base alla difficoltà di interventi la prima cosa che possiamo correggere è l’apice, la seconda il ramo principale e la più difficile la direzione iniziale del tronco, che è modificabile solo cambiando la posizione della pianta nel vaso.

    Tavolo

    L’altezza ideale del tavolo è quella che permette all’osservatore di vedere la pianta a metà dell’albero, anche qui c’è una eccezione: se il tavolo è troppo alto si può dare alla composizione un senso di instabilità, questo sarebbe un difetto troppo grosso ed allora è meglio costringere l’osservatore ad abbassarsi. Le striature del legno presenti sul tavolo non dovrebbero mai andare dal fronte al retro, ma solo orizzontalmente (da destra a sinistra).

    Jita

    La base di legno fatta a lastra che viene di solito usata per gli shitakusa.

    Tempai

    Statuine che rappresentano animali di solito fatte in bronzo: gli animali rappresentati non devono essere animali ostili, né avere atteggiamenti ostili, ma devono richiamare pace e tranquillità all’osservatore, non sono adatti rapaci e neanche la maggior parte degli animali carnivori, sono molto apprezzati alcuni tipi di uccelli (fagiani, pavoni, uccelli acquatici), alcuni insetti (grillo, farfalle) ed altri animali di indole pacifica (cerbiatti, daini, cervi).

    Le concimazioni in 4 dimensioni

    LE CONCIMAZIONI IN 4 DIMENSIONI

    di Simone Chiarelli

    Il successo della coltivazione in vaso non può naturalmente prescindere da una buona concimazione, mirata a fornire al bonsai i nutrimenti giusti, al momento giusto.
    La concimazione quindi ha come scopo principale la salute del bonsai ed una sua equilibrata crescita nel tempo.
    Una concimazione con un prodotto adeguato effettuata però al momento sbagliato è, per le piante in genere e a maggior ragione per il bonsai, una concimazione essenzialmente sbagliata.

    Se però nelle comuni piante da appartamento e piante da giardino una corretta concimazione deve mirare principalmente alla salute dell’organismo vegetale (o alla produttività nel caso dell’orticoltura), nel fare bonsai si deve tener in gran considerazione anche dell’aspetto estetico della pianta: in altre parole i metodi e le tempistiche di concimazione hanno un’influenza non solo sulla salute ma anche sull’aspetto estetico del bonsai e fanno parte se si vuole dell’aspetto di formazione del bonsai stesso.

    Da questo nasce l’idea della concimazione in 4D, attraverso l’analisi di 4 diverse dimensioni del fenomeno “concimazione” nel bonsai, dimensioni con l’analisi delle quali si cerca di andare oltre il semplice obiettivo “nutritivo”.

    ELEMENTI

    Le sostanze utilizzate dai vegetali si dividono in tre gruppi.

    • MACROELEMENTI (o elementi principali): Azoto (N), Fosforo (P), Potassio (K).
    • MESOELEMENTI (o elementi secondari): Zolfo (S), Calcio (Ca), Magnesio (Mg), Sodio (Na).
    • MICROELEMENTI : Boro (Bo), Cobalto (Cb), Rame (Cu), Ferro (Fe), Manganese (Mn),Molibdeno (Mb), Zinco (Zn), Cloro ( Cl)

    Ci soffermiamo per brevità sui macroelementi in quanto elementi caratterizzanti di ciascun concime in commercio.

    AZOTO (Elemento N dal latino Nitrogenum)
    L’azoto è responsabile dei maggiori processi di crescita ed allungamento, come anche della formazione della struttura di base delle foglie e della dimensione delle cellule. Il deficit di azoto si riconosce dal colore verde pallido delle foglie e da crescita assente o stentata.
    L’eccesso provoca prima un ingrossamento delle foglie e un allungamento degli internodi , e se grave , disidratazione e marciume radicale.
    In natura si trova sotto forma gassosa: per essere assimilato dai vegetali deve essere presente in forme solubili, le due forme comuni dell’azoto sono l’azoto nitrico (inorganico) e quello ureico (organico) .

    FOSFORO (Elemento P dal latino Phosphorum)
    Il fosforo è utilizzato nella formazione di infiorescenze, legno e libro assieme al potassio. Il deficit (rarissimo) si riconosce dal margine delle foglie che diventa di colore dal rosso al violaceo.
    Non si registrano effetti rilevanti di eccesso.

    POTASSIO (Elemento K dal latino Kalium)
    Il potassio è il “cemento” con cui si consolidano le nuove crescite (pareti cellulari delle foglie) immediatamente dopo l’azione dell’azoto, ed assieme al fosforo è alla base dei processi di lignificazione.
    Costituisce anche una buona protezione dal freddo della stagione invernale.

    TIPOLOGIE DI CONCIME

    Ogni concime ha indicato sulla propria confezione il titolo, alias la tripletta NPK, che lo contraddistingue in termini di macroelementi.
    Il Titolo NPK rappresenta la presenza in percentuale dei tre elementi N azoto, P Fosforo, K Potassio. Per fare un esempio, ogni 100 kg di concime, con un titolo ipotetico NPK di 5–6–7 avremmo 5 kg di azoto, 6 kg di fosforo, 7 kg di potassio.
    Il resto della formulazione è costituito in genere da ammendanti e altre sostanze capaci di favorire la decomposizione del concime e l’assorbimento dei tre macroelementi stessi.

    I concimi si possono quindi distinguere innanzitutto in base al loro NPK, e per questo si distinguono in due categorie:

    • concimi azotati (o a base N) dove la presenza di azoto la fa da padrona
    • concimi fosfo-potassici (a base P e K) dove la % di P e K è più elevata e l’azoto è relegato ad un 3-4 %, percentuale necessaria affinché, soprattutto il potassio, possa essere correttamente assorbito dalla pianta. Anche in concimi il cui unico scopo è quello di apportare potassio ritroviamo infatti formulazioni dove il titolo è del tipo NK 3-15 o 3-30, quindi con una piccola presenza di azoto che favorisce l’assimilazione dell’ossido di potassio.

    Un’altra grande tassonomia è quella rappresentata da concimi organici e concimi chimici. Per organico in realtà, ad esser puristi, si intenderebbe derivato dal carbonio e dai processi legati alla sua sintesi: in realtà comunemente, relativamente alla concimazione, organico indica in realtà composti del Carbonio di origine animale o vegetale.

    Sono concimi organici ad esempio quelli derivati dalla sintesi di alghe, scarti della lavorazione della soia, quelli derivati da sterco di pollo (pollina) o ovino (stallatico) o da parti animali come la cornunghia (corna ed unghia di bovini macinate e sterilizzate).

    I concimi chimici invece sono concimi di sintesi con composizione inorganica. Solitamente caratterizzati da un maggior tenore di azoto rispetto a quelli organici, richiedono una maggior attenzione nel loro uso rispetto ai concimi organici e solitamente di consiglia di sottodosare rispetto a quanto indicato in confezione.
    Consentono un’assimilazione più veloce rispetto alla categoria dei concimi organici.

    Un’ulteriore differenziazione tra concimi è data dalla suddivisione tra concimi liquidi e solidi. I primi naturalmente consentono un’assimilazione molto rapida che in alcuni casi arriva a ridursi fino a tre giorni dalla somministrazione. I secondi sono anche detti “a lenta cessione”, alcuni di questi possono addirittura catalogarsi “a lentissima cessione” come la cornunghia.

    Infine si può distinguere una categoria di concimi “da bonsai” in quanto studiati appositamente per i bonsai e generalmente dotato di una minore presenza in termini di NPK rispetto a quanto visto per i cugini generici. In questi composti solitamente la percentuale di azoto non supera il 6%.
    Caratteristici di questa categoria sono i concimi pellettati a cilindri o piramidi (esempio Hanagokoro, Biogold, Aburukasu)

    Dopo una premessa di carattere generale analizziamo le dimensioni e le strategie di concimazione.

    1° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALLA STAGIONE

    Il susseguirsi delle stagioni all’interno dei 12 mesi influenza le piante in termini di lunghezza della fase vegetativa, vigoria, e della corrispondente richiesta di nutrimento, come conseguenza delle variazioni delle temperature e delle ore di luce tra le stagioni: su queste basi, banalizzando, le stagioni si possono considerare come vegetative (primavera ed estate e la parte iniziale dell’autunno) e stagioni di riposo (seconda parte dell’autunno e inverno).
    Si tratta di una banalizzazione che ha come riferimento piante che vivono nell’emisfero boreale alle latitudini dell’Italia Centrale e Settentrionale: in alcune zone del sud d’Italia e delle isole la fase vegetativa è necessariamente più lunga.

    figura1

    Figura n°1
    Come si vede in Figura 1 la vigoria vegetativa della pianta varia col susseguirsi delle stagioni, con un massimo assoluto in primavera ed un massimo relativo, dopo il picco delle temperature estive, in corrispondenza della “ripresina” di fine Agosto e Settembre.

    Questo evolversi della vigoria durante l’anno implica, come detto sopra, strategie e tempistiche di concimazione diverse.

    figura2

    Figura n°2
    NPK = leggasi prevalenza di N
    NPK = leggasi prevalenza di P e K

    La pianta, in genere, ha una maggior necessità di apporto di Azoto (N) nelle fasi di crescita ed un maggiore apporto di Fosforo (P) e Potassio (K) in prossimità dei mesi invernali per la costruzione delle parti legnose, del fusto e per la protezione dal freddo (si veda anche qui).
    In figura 2 si è sovrapposta, all’evoluzione della vigoria vista in figura 1, la strategia di concimazione di base, distribuita temporalmente nei mesi interessati.
    Si ha quindi l’esemplificazione di un modus operandi con l’apporto di concimazioni di due tipi:

    • azotate (NPK= leggasi prevalenza di N)
    • fosfo-potassiche (NPK = leggasi prevalenza di P e K)

    Si tratta di una esemplificazione che si adatta a piante del tipo latifoglie (non da fiore e frutto) o conifere: per quelle da fiore/frutto, vedremo poi, sarà necessario muoversi diversamente durante l’arco dell’anno.
    Si noti come in Figura 2, con questa strategia di base, si preveda una somministrazione di concimazioni a base P e K (NPK) solo nel periodo autunnale (si veda per approfondire l’articolo sulle concimazioni autunnali).

    2° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALL’ESSENZA

    figura 3

    Figura n°3

    Discostandoci dalla strategia di base, se si hanno essenze che tipicamente sono apprezzate per la loro fioritura e fruttificazione (meli, peri, melograni ad esempio) si varia quanto visto per le comuni latifoglie e conifere (visto in precedenza in figura 2), introducendo la somministrazione di concimazioni NPK durante la fase finale della primavera e l’inizio dell’estate.

    La somministrazione di concime a base di azoto da fare continuamente tra Aprile e Luglio (vista per la strategia di base) viene sostituita, nella sua parte terminale (mese di Giugno ed una parte di Luglio), con l’introduzione di concimazioni a base Fosforo e Potassio.

    Questa variazione si riflette sulle specie da frutto a seconda della loro tipologia.
    Individuiamo le specie da fiore frutto in due tipi

    • TIPO A: differenziazione delle gemme da fiore sui rami dell’anno antecedente alla fioritura (es peri e meli) >> sviluppo durante il mese di Giugno/Luglio dell’anno precedente alla fioritura con fioritura alla ripresa vegetativa dell’anno in corso
    • TIPO B: sviluppo delle gemme da fiore sui rami del medesimo anno della fioritura (es melograni) >> fioritura durante il mese di Maggio/Giugno dell’anno in corso

    La somministrazione di Fosforo e Potassio durante il mese di Maggio/Giugno e una parte di Luglio comporta:

    • per le piante del tipo A un aiuto nella formazione di gemme da fiore che fioriranno a primavera dell’anno successivo in concomitanza (o leggermente prima)delle prime foglie,
    • per le piante del tipo B un aiuto nella formazione e fioritura di gemme da fiore dell’anno e nella loro successiva fruttificazione.

    Un’ulteriore variazione rispetto a Figura 4 può essere operata, se si vuole portare avanti nella stagione una buona fruttificazione senza eliminazione dei frutti (Figura 4), somministrando più P e K di quanto visto in Figura 3 (si sostituiscono le concimazioni a base N di fine Agosto/settembre con quelle a base P e K senza interruzioni fino all’autunno).

    figura 4

    Figura n°4

    3° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALLO STADIO DI FORMAZIONE DEL BONSAI

    Tra le qualità maggiormente apprezzate in un bonsai vi sono la fine ramificazione e la compattezza dei palchi, associata ad una struttura della ramificazione secondaria e terziaria dotata di internodi corti. A queste si aggiungono anche la ridotta dimensione delle foglie.
    Queste qualità, che sono più specifiche di alcune essenze/varietà (vedi acero palmato crispifolium) che di altre (vedi acero palmato crispifolium rispetto al palmatum), possono essere indotte e migliorate da una corretta esposizione alla luce solare, una corretta annaffiatura, e, non ultima, da accorte concimazioni.

    figura 5

    Figura n°5 – Un particolare di un acero presso il vivaio Franchi

    Le caratteristiche elencate sono però più tipiche di un bonsai maturo e del lavoro di Mochicomi durato anni.
    Di fronte ad una pianta sulla quale deve ricostruire la ramificazione primaria, bada meno a queste caratteristiche e pensa a far crescere la pianta (e la sua ramificazione primaria) il più velocemente possibile applicando quando possibile il filo per dare movimento.

    Nel caso di piante da ricostruire o da far crescere penserà quindi all’uso di fertilizzanti ad alto tenore di azoto in modo da raggiungere l’obiettivo il più velocemente possibile, soprattutto al momento della ripresa vegetativa dove la spinta della pianta è maggiore (Figura 6).

    figura 6

    Figura n°6

    Invece nel caso di esemplari già formati utilizzerà concimazioni di mantenimento con uso di prodotti a basso tenore di azoto. Questi gli consentiranno di ottenere ramificazione fine, contenere gli internodi e avere foglie di ridotte dimensioni (Figura n°7).

    Ritardo di concimazione: in alcuni casi si può ritardare addirittura la concimazione primaverile, in modo che il bonsai produca i primi due/tre internodi dell’anno nuovo con le energie residue dall’anno precedente, e produca così i primi due internodi particolarmente brevi.
    Ottenuti i primi internodi ravvicinati è possibile poi usare in seguito concimazioni più forti nel caso in cui i successivi internodi siano sacrificati l’anno successivo con una potatura di formazione.

    figura 7

    Figura n°7

    4° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALLA DIMENSIONE FINALE DEL BONSAI

    Le scelte di concimazione illustrate per la 3° dimensione (si veda Figura 6 e 7) assumono una ulteriore variante se applicate ad esemplari piccoli o piccolissimi.
    Questo vale in maggior parte per quanto riguarda la formazione di bonsai mame o shohin dove la struttura deve sempre essere tenuta d’occhio fin dalle prime fasi della loro formazione. Nelle ridotte dimensioni infatti basta un piccolo errore affinché la ramificazione scappi dal controllo del bonsaista.

    In sostanza se in precedenza (3° dimensione) si era fatta una differenziazione tra prime fasi della formazione a bonsai (costruzione della ramificazione primaria dove non si badava un granché agli internodi) e fasi successive (definizione della secondaria/terziaria e mantenimento), nei mame/shohin questa viene un po’ a cadere o quantomeno ad attenuarsi.

    Infatti viste le loro ridotte dimensioni, i bonsai il cui progetto finale rimane al di sotto dei 10-15 cm hanno bisogno di una particolare cura relativamente alla ramificazione anche nelle prime fasi di formazione.

    Per questo motivo si tendono ad adottare, anche in sede di formazione della ramificazione primaria, gli accorgimenti visti in figura 7, con eventuale ritardo di concimazione.
    Formati i primi due/tre internodi nella prima fase di ogni stagione vegetativa, è possibile poi somministrare concimi che spingano di più. I successivi internodi al secondo che la pianta svilupperà, anche se di maggiori dimensioni, saranno poi non inclusi nel progetto finale e pertanto si potranno eliminare durante la potatura invernale dell’anno successivo.

    Questa ultima variante deve comunque essere accompagnata da un attento monitoraggio dello sviluppo della pianta per evitare che, anche in corrispondenza dei primi due internodi formati, la ramificazione si ingrossi diventando troppo tubolare.

    Foto e grafici di Simone Chiarelli