Concimazioni autunnali

Nell’immaginario del bonsaista alle prime armi, l’autunno rappresenta il momento in cui si ripongono gli attrezzi ed i concimi, per poi riprenderli in primavera o nel tardo inverno. Col passare del tempo però si capisce che non è così, e ci si ritrova con il passare degli anni a lavorare sulle piante sempre più durante l’autunno e l’inverno per i motivi più svariati. Espianti, potature ed anche concimazioni. Concimazioni? Ebbene sì, la tecnica agronomica e la chimica del suolo negli ultimi anni si sono molto evolute ed hanno trasferito le loro conoscenze al mondo del bonsai, il bonsaista di turno, con gli anni, ha capito sempre di più l’importanza della salute delle proprie piante come condizione necessaria per la buona riuscita degli interventi e delle lavorazioni effettuate nel corso degli anni.

In agricoltura ad esempio, in ambito “concimazioni” si è passati negli anni da un uso intensivo delle concimazioni chimiche, strategia massimizzante di breve periodo, ad un uso più consapevole dei concimi organici, strategia meno massimizzante nel breve in termini di crescita della pianta, ma migliore nel medio e lungo periodo perchè capace di preservare, se non addirittura favorire, la flora del terreno con un ritorno sulla salute della pianta stessa in termini di una maggiore assimilazione dei nutrienti (io ho abbandonato da anni i concimi chimici a base di azoto).

Col passare degli anni si è dato più peso in ambito bonsaistico anche alla seconda parte della tripletta (NPK), nei suoi elementi P (Phosphorum) e K (Kalium = Potassio).

L’autunno si è trasformato così in un periodo di concimazioni fosfo-potassiche, dove ciascuno di noi diventa un piccolo chimico alle prese con ricette segrete e regole di concimazione complicate da rispettare.

OBIETTIVI

Ma qual’è lo scopo della concimazione in autunno? Le concimazioni primaverili ed estive sono concimazioni quasi esclusivamente azotate, dove l’obiettivo è quello di spingere la pianta verso una crescita nelle sue componenti verdi, alla ricerca della maggior vegetazione possibile, con l’auspicio di aumentare i cicli vegetativi e di formare le ramificazioni secondarie e terziarie. Le concimazioni autunnali hanno invece, a mio modo di vedere, tre obiettivi principali.

PREPARAZIONE ALL’INVERNO E PROTEZIONE DAL FREDDO

Si prepara la pianta al freddo invernale, eliminando dalla dieta l’azoto superfluo e nocivo. Questo perchè l’uso di azoto, portando la pianta a vegetare, la espone maggiormente al freddo e alle gelate invernali.

ISPESSIMENTO DEI TESSUTI E INGROSSAMENTO DEL TRONCO

L’uso di Potassio e Fosforo favorisce anche l’ingrossamento del fusto e la formazione della corteccia.

STIMOLAZIONE DELLA FIORITURA PER L’ANNO SUCCESSIVO

Un effetto dell’uso di concimazioni fosfo-potassiche è anche la produzione di una miglior fioritura nel corso dell’anno successivo, sia che si somministrino su piante a fioritura tardo invernale, sia che si somministrino su essenze a fioritura primaverile/estiva. Ho visto personalmente gli effetti su una pianta di gelso bianco ed una di rosmarino. Comprate e non trattate per due anni dopo l’acquisto a concimi P e K, producevano pochi fiori e, nel caso del gelso, pochissime more. Una volta trattate con concimi autunnali sto assistendo negli anni ad una produzione di fiori e frutti che ogni anno è maggiore rispetto all’anno precedente, con, nel caso del rosmarino, tre quattro fioriture abbondanti ogni anno.

TEMPISTICHE

Con quali tempistiche si effettuano concimazioni a Fosforo e Potassio? Solitamente da metà Settembre fino, in alcuni casi, a tutto novembre inoltrato. Ognuno di noi ha esperienze e tempistiche leggermente diverse. Personalmente non ho date precise, ma attendo di vedere la pianta aver esaurito la mini ripresa tipica di Settembre, durante la quale produce nuovi germogli e vegetazione verde, e poi comincio con la somministrazione.

PRODOTTI

Quali prodotti si usano? Si usano prodotti specifici, che, a differenza dei concimi azotati, sono reperibili sul mercato con un po’ più di difficoltà. Sono solitamente liquidi chimici (qualfuno usa anche concimi solidi con buoni risultati) ed hanno una percentuale di azoto non completamente azzerata ma intorno al 3-5%, quel poco di azoto che consente una miglior assimilazione di P e K. Nel mio caso uso due prodotti liquidi separati, di una nota casa di fertilizzanti, le cui triplette sono le seguenti.

(Potassio) NK 3-15

(Fosforo) NPK 5-25-5

A differenza dei prodotti azotati, nel caso dei quali si usano prodotti specifici per bonsai, si tratta in questo caso di concimi usati per le piante in genere. Li uso miscelati insieme in modo da preparare una soluzione al 4% ogni 1,5 litri, come sempre leggermente inferiore a quanto consigliato (4,5 ogni 1,5 litri).

La frequenza è quella prescritta sulla confezione, cioè una volta ogni due settimane fino circa a metà Novembre.

Ed un buon autunno a tutti voi e a tutte le vostre piante!

Foglie rosse, antocianine e bonsai (parte 1)

di Simone Chiarelli

L’autunno nell’emisfero boreale è associato all’avvicinarsi della stagione fredda e quindi alla caduta delle foglie per le specie decidue. Le piante a foglia caduca sono vicine al riposo invernale mostrando prevalentemente colorazioni gialle e marroni. In alcune aree del pianeta però il periodo autunnale è un’occasione unica per ammirare lo spettacolo del mondo vegetale nel mostrare anche colorazioni di tipo rossastro, meno comuni alle nostre latitudini, ma molto presenti nella costa nord est degli stati uniti e nel Canada, a causa della presenza di boschi estesi di aceri canadesi e altre essenze a colorazione rossa autunnale. Questa peculiarità, ho saputo poi con gli anni, richiama annualmente una particolare tipologia di turismo, che va alla ricerca del rosso autunnale e dello spettacolo che il mondo vegetale offre in questo periodo a latitudini più fredde delle nostre. Questa passione per il rosso accomuna se vogliamo, alcuni di noi che facciamo bonsai, a questi turisti. Chi di noi non prova piacere ad ammirare un acero palmato giapponese nel pieno dei suoi colori autunnali, dalle tonalità quasi fosforescenti? Partendo da queste premesse ho svolto, incuriosito, alcune ricerche per capire meglio le ragioni dello sviluppo di queste colorazioni rossastre nel mondo vegetale, le motivazioni e le dinamiche che conducono una pianta a sviluppare tali sfumature proprio in questa stagione.

PIGMENTI

Ne esce un quadro variegato dove gli scienziati, pur concordi sul meccanismo che conduce allo svilupparsi delle colorazioni rossastre, non ne hanno ancora chiaro il motivo. Di sicuro c’è che le colorazioni che vediamo, sono dovute a pigmenti di varia natura. Il verde dato dalla clorofilla, il giallo dal carotene, il marrone causato dal tannino. Per quanto riguarda la colorazione rossa, il tutto è causato da un gruppo di pigmenti rossi chiamato antocianine. Naturalmente la colorazione autunnale è una specificità della singola essenza e, all’interno della singola essenza, è una specificità del singolo esemplare: per il rosso abbiamo ben presente gli aceri palmati o gli aceri canadesi o i liquidambar, per il giallo possiamo prendere, come esempio di alberi dotati di un giallo insolitamente intenso, ginkgo biloba, tigli e gelsi.

ABSCISSIONE, CLOROFILLA E ANTOCIANINE

Il meccanismo che, in certe essenze, porta in autunno a mostrare la colorazione rossa, è dovuto alla produzione del pigmento antocianine, sintetizzato dagli zuccheri presenti nella foglia, e alla contemporanea diminuzione, con l’approssimarsi della stagione fredda, della presenza di colorazione verde della clorofilla. Con l’arrivo dei primi freddi infatti, il fenomeno che porterà in breve tempo all’abscissione (cioè alla caduta delle foglie) impedisce alla clorofilla di essere sintetizzata e di rimanere all’interno delle foglie. Contemporaneamente si ha una forte presenza di zuccheri, sotto forma di carboidrati, che, sintetizzati nella foglia ma senza che siano distribuiti al resto della pianta a causa delle zone di abscissione alla base del picciolo, permettono una maggiore concentrazione di antocianine all’interno delle foglie stesse. L’assenza o la forte diminuzione della clorofilla nella foglia, permette l’esaltazione quindi della colorazione rossa indotta dall’antocianina, la cui presenza non è più coperta dalla presenza di pigmento verde.

Il rinvaso passo a passo di un prebonsai

IL RINVASO PASSO A PASSO DI UN PREBONSAI

di Simone Chiarelli

L’anno scorso ho effettuato un rinvaso di un olmo di proprietà di un’amica.
La pianta non era stata rinvasata da molti anni e dovevo ridurre il pane radicale per rinvasarla in un vaso molto più piccolo di quello dal quale proveniva.

Ho eseguito il rinvaso al momento in cui le gemme sono diventate gonfie pronte a ributtare.

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Figura 1
Per prima cosa ho scelto il vaso, di plastica, leggero, e basso.
Quello in figura 1 ha 8 fori di scolo il che è importante perché permette di far fuoriuscire bene l’acqua da sotto.

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Figura 2
Ho messo sul fondo (Figura 2) della retina usata per zanzariere. Questo consente la non fuoriuscita del terreno o l’entrata di insetti indesiderati
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Figura 3
I fori piccoli (sono 4 in tutto) li uso per ancorare la rete al vaso, internamente…

figura 4

Figura 4
…ed esternamente al vaso con piccoli pezzi di filo da bonsai (figure 3 e 4)

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Figura 5

figura 6

Figura 6
Ho tagliato dell’altro filo bonsai (Figura 5 e 6) con il quale ancorerò la pianta al vaso, facendo passare il filo per due fori di scolo (due dei quattro grandi di cui è dotato il vaso).

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Figura 7
Ho setacciato poi la pomice grossa (Figura 7) da usare per il drenaggio sul fondo.

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Figura 8
Ho steso la pomice da drenaggio sul fondo del vaso (figura 8).

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Figura 9
In una bacinella (figura 9) a parte ho già messo pomice piccola e akadama già setacciate in precedenza.

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Figura 10

Ho aggiunto il terriccio universale e ho mischiato il tutto.
Il tutto sarà:

  • 30%pomice
  • 20% akadama
  • 50% Terricco universale (T.U.)

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Figura 11
Con la miscela così ottenuta ho messo un primo strato sopra il drenaggio.

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Figura 12
Ora passiamo all’olmo (Figura 13).
Ho cominciato a eliminare la terra con una bacchetta da ristorante cinese.

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Figura 13
Con l’uso della vanghetta e delle forbici da radici ho eliminato la parte più esterna del pane radicale.
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Figura 14
Con l’uso del bastoncino cinese (figura 14) sono poi passato a eliminare la terra vecchia dalla parte del pane più vicina alla pianta.

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Figura 15
L’olmo accanto al nuovo vaso.

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Figura 16
L’olmo nel suo alloggiamento. Notare che il filo di ancoraggio è passato sopra il pane radicale.

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Figura 17
Ho aggiunto il terreno e con la mano ho compattato la terra in modo che sia distribuita uniformemente.

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Figura 18
Non resta che tirare da sotto il filo di ancoraggio per fissare la pianta al vaso.

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Figura 19
Ho tirato bene il filo per ancorare la pianta al vaso ed evitare che rimanessero sacche di aria.
I due capi del filo saranno poi legati l’uno con l’altro.

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Figura20
Il nuovo ed il vecchio vaso…

figura21

Figura21
Ho annaffiato fino a far scolare l’acqua dai fori del vaso.
Ho tenuto all’ombra una settimana.

Progetto, impostazione e programmazione dei lavori

PROGETTO, IMPOSTAZIONE E PROGRAMMAZIONE DEI LAVORI

(tratto da appunti raccolti durante una lezione di Andrea Terinazzi di Novembre 2012) di Simona Hirsch e Simone Chiarelli

Uno degli aspetti più difficili nel fare bonsai è costituito dalla programmazione dei lavori e delle diverse impostazioni che si devono susseguire negli anni sulla pianta, in modo da trasformarla da pianta da vivaio o prebonsai o pianta prelevata in natura, a bonsai da mostra. Spesso ci si trova di fronte una pianta che viene “smontata” pesantemente in occasione del primo intervento, ma sulla quale poi non si hanno idee su eventuali ulteriori interventi futuri. Fondamentale per il bonsaista è dunque quello di “vedere“ gli sviluppi futuri, sapere quale sarà la forma finale della pianta e programmare di conseguenza gli interventi negli anni. E’ necessario quindi che tutti gli interventi, anche i più piccoli, siano parte integrante di un disegno complessivo di lungo periodo. Le righe qui sotto provengono, seppur in parte integrate, da appunti annotati da Andrea Terinazzi in previsione della lezione da lui tenuta, in occasione del corso intermedio, a Novembre 2012.

1 Scelta del materiale

Il primo momento nella progettazione della pianta è costituito da un’accurata scelta del materiale.

PREGI E DIFETTI

Un errore nella scelta della pianta da lavorare (difetti talmente evidenti che ne pregiudichino o ne limitino anche in futuro miglioramenti) porta ad anni di lavoro spesi nella direzione sbagliata e ad una pianta che molte volte rimane non valorizzata perché non gradita dal bonsaista. La scelta deve essere fatta senza fretta, con ponderazione e con riflessione, senza farsi prendere dalla volontà di acquistare per forza la prima pianta che ci passa sotto gli occhi. In un mondo ideale basterebbe applicare le regole che tutti i corsi per bonsaisti e i libri insegnano, ma in realtà difficilmente riusciremo a trovare materiale da «manuale»; quindi dobbiamo volgere l’attenzione su singoli elementi che caratterizzano la pianta. se i pregi superano i difetti (e se i pochi difetti presenti sono eliminabili/camuffabili nel tempo), allora possiamo procedere all’acquisto o al recupero della pianta.

CARATTERISTICHE E REGOLE

Il materiale di partenza deve essere bello. Tutte le operazioni che andremo a compiere devono essere fatte nel modo migliore. Cosa si considera bello nel bonsai?

  • la proporzione
  • l’asimmetria
  • il fatto che la pianta non deve essere né ripetitiva né artificiale.

PIANTE E BUOI DEI PAESI TUOI

Da tenere molto in considerazione anche la scelta dell’essenza da acquistare: ai fini di tale scelta dobbiamo tener conto della posizione/altitudine (sul livello del mare) dove la pianta vivrà. I risultati migliori si ottengono solitamente coltivando essenze autoctone, evitando quindi, tanto per fare due esempi, di coltivare Larici in Sardegna e Sughere a Merano.

DA QUANTO TEMPO E’ ESPIANTATA

Se la pianta è in giardino o bosco dobbiamo tener conto che le piante, prima di essere lavorate, dovranno superare lo shock dell’espianto e devono essere ben attecchite ed in salute: quindi i tempi della prima impostazione si allungheranno molto, dai 2 ai 5 anni dal prelievo.

2 Progetto

Una volta scelto il materiale e venuto il momento di poter lavorare la pianta, ci poniamo di fronte al nostro piccolo problema: che fare?

DISEGNO E ANALISI

Butteremo giù un progetto.

Con calma, inizieremo a studiare la pianta partendo dal basso poi salendo lungo il tronco, analizzandone tutte le angolature e ruotandola per valutare l’ipotetico fronte.

Se non si hanno idee chiare è meglio non lavorare ma analizzare la pianta a 360° e cercare di trovare tre o quattro possibilità alternative di realizzazione facendo alcuni schizzi che blocchino le tue visioni.

Faremo questo tenendo conto dello stile che più si adatta alle caratteristiche della pianta, scegliendo il fronte o i vari altri fronti possibili, e di conseguenza il primo ramo che, come sappiamo, darà l’indirizzo a tutta la pianta.

Il disegno non deve essere fatto da un artista ma serve solo a fissare le tue idee, anche se non sarà vincolante ma ci indicherà una linea da seguire, con varie metodiche per raggiungere il nostro progetto finale.

Analizzeremo tutte le parti facendo un programma di interventi per migliorare o nasconderne i difetti: dove è possibile correggere inizieremo a farlo, laddove non fosse possibile vedremo come nasconderli o camuffarli.

A volte un difetto può essere sfruttato, addirittura facendone il punto focale che caratterizza la pianta: ecco perché va tutto ponderato bene prima di procedere con tagli o pieghe soprattutto quando sono importanti. Meglio aspettare qualche giorno in più a fare un taglio importante che farlo in maniera affrettata e poi non poter più tornare indietro.

Non devono essere fatti interventi approssimativi e affrettati: tra il brutto e il bello non c’è continuità.

Importante è come uno si pone di fronte la pianta

Prima Regola: io non lavoro la pianta, io lavoro con la pianta
Seconda Regola: l’asimmetria è la finalità da raggiungere nel nostro progetto.

L’impostazione di una pianta è l’inizio di rapporto a due, dove devi essere pronto a tornare sulle tue decisioni, se l’albero per vari motivi non risponde positivamente a ciò che ti eri prefissato.

3 Programma dei lavori

  • Prima impostazione
    Nella prima impostazione: vengono corrette le posizioni dei rami e del tronco usando il filo e i tutori (in questa fase su piegature importanti bisognerà usare tutte le tecniche di protezione, tipo rafia, nastri di gomma, tutori di sostegno a pieghe, dove utilizzati – o attrezzi per piegatura particolari); ai rami verrà applicato il filo solo sul primario e secondario, se ci sono.
    Seguirà un anno di coltivazione per consolidare le pieghe fatte. Le pieghe sono utili anche far penetrare meglio la luce nelle parti interne dei rami che normalmente sono spoglie. Il filo si toglierà quando inizierà a incidere la corteccia e verrà riposizionato nuovamente se il periodo lo consente.
    I rami verranno lasciati in numero superiore a quello che sarà il disegno del progetto: questo ci consentirà di avere strade alternative nel caso in cambiassimo parzialmente idea o nel caso in cui alcuni rami seccassero.
    In questa fase i secchi non si lavorano perché tutto il progetto è provvisorio.
  • Seconda impostazione
    Se tutto va bene e la pianta risponde bene si passa alla seconda impostazione, che consiste nel rivedere il disegno e cominciare a selezionare i rami e eventuali sostituzioni di apici sia sui rami primari che secondari; intanto avremo più conoscenza della pianta grazie all’analisi di come risponde alle nostre sollecitazioni, lavorazioni, tecniche di coltivazione e la sfrutteremo per raggiungere i nostri obiettivi.
  • Terza impostazione
    Anche qui, se tutto andrà bene passeremo alla terza impostazione che consiste nel lavorare le parti morte della pianta, dove ce ne sia la necessità, e una nuova filatura che stavolta riguarderà i rami secondari e terziari, visto che i primari e il tronco dovrebbero essere, a questo punto, già in posizione, al limite useremo dei tiranti per spostarli o abbassarli.
  • Quarta impostazione
    Siamo ormai alla quarta impostazione (che non vuol dire 4° anno) quindi la pianta verrà messa in vaso bonsai, radici permettendo.
    Nella scelta del primo vaso è meglio selezionarne uno un po’ più grande del previsto, perché a volte qualche centimetro in meno può costare la perdita della nostra pianta o nella migliore dell’ipotesi un fermo della stessa.
    Naturalmente nel progetto dobbiamo cercare il più possibile di rispettare il carattere della specie (un abete in uno stile a scopa rovesciata sarebbe molto improbabile).

Tecnica Bonsai

TECNICA BONSAI – ORMONI VEGETALI – APPLICAZIONI PRATICHE SUI BONSAI

Tratto da una lezione di Marco Beconcini svolta nel 2010, un interessante articolo sugli ormoni vegetali e sulle loro implicazioni in ambito bonsai.
di Marco Beconcini e Simone Chiarelli

Una corretta conoscenza delle caratteristiche degli ormoni vegetali di sintesi, può aiutarci nelle pratiche di coltivazione della pianta a cui ci troviamo di fronte quotidianamente parlando di bonsai.
Il bonsai a livello di coltivazione è una pianta in vaso e come ogni pianta in vaso è sottoposta a stress di varia natura che vengono accentuati in molti casi da:

– PARTICOLARITA’ DEI TERRICCI

– RIDOTTO SUBSTRATO A DISPOSIZIONE

– DIFFICOLTA’ NELL’IRRIGAZIONE

– FRAGILITA’ DELL’APPARATO RADICALE

– RINVASI SPESSO IMPATTANTI

Un ottimo aiuto può essere fornito dai prodotti a base di Fitormoni.

E’ interessante prendere in considerazione le principali operazioni di coltivazione del Bonsai e i rispettivi ormoni da tener in considerazione per avere un aiuto concreto.

Rinvaso

Quando effettuiamo un cambio di vaso, sia che si tratti di un vaso bonsai o di ciotola di coltivazione, modifichiamo l’ambiente radicale. Tagli di radici e capillari, cambi di substrato, eliminazione del pane originale, rinvasi fuori stagione, possono determinare stress talvolta irrimediabili.

Anche il finto rinvaso, ovvero il posizionamento di una pianta in un contenitore più grande senza toccare le radici, porta ad uno stress, in quanto la radice deve penetrare nel nuovo substrato spesso diverso dal precedente e necessita in qualche caso di un aiuto. In questo caso è utile apportare delle Auxine ed in particolare Acido Alfanaftalacetico.

Le auxine favoriscono lo sviluppo di radici nuove, consentono di riattivare il metabolismo della pianta consentendo di avere un minor impatto su di essa. Prodotti con NAA 0,1 % da usare come anti stress radicale.

Yamadori

Gli espianti non perfetti, o dove non è possibile arrivare a prendere molto pane radicale determinano possibilità ridotte di sopravvivenza per la pianta espiantata, tuttavia possiamo provare ad aiutarci anche in questo caso irrorando le radici con Auxine (NAA 1 %) e la chioma con NAA 0,1 %.

Propagazione per talea e margotta

Per avere buone probabilità di successo in queste due pratiche è necessario l’impiego di ormoni radicanti. Anche in questo caso le Auxine fanno al caso nostro, usiamo acido Alfanaftalacetico e quindi prodotti con NAA 1% circa.In formato liquido o in polvere, nel caso della talea distribuiamo l’ormone alla base della talea stessa aumentando la capacità di formare radici avventizie. Nel caso della margotta, da applicare nella zona del cambio rimossa prima di inserire il terriccio oppure nebulizzato sul substrato.

Stress da freddo, colpi di calore, malattie provocate da insetti o funghi prolungate nel tempo, stress salino, stress da marciume radicale: tutti casi nei quali il metabolismo della pianta si interrompe e non sempre ritorna alla situazione ottimale per ripartire.ORMONE DA IMPIEGARE : Auxine – Acido alfanaftalacetico NAA o Acido indolbutirrico IBA 0,1 %.

Stasi vegetative o difficoltà nel germogliare

Talvolta le piante con fusti importanti o comunque longeve, hanno difficoltà di emettere nuovi germogli. La pratica del Bonsai tende a invecchiare la pianta e anche su piante formate ci può essere bisogno di un ringiovanimento (perdita di un ramo, ritiri di linfa ecc. ecc.). Prima di procedere a operazioni più invasive come l’innesto o il cambio di vaso è possibile fare un tentativo con gli ormoni radicanti. In questi casi si deve ricorrere alle Gibberelline (GA1-GA3 Acido gibberellico al 2%). Le gibberelline infatti a determinate concentrazioni possono indurre il ringiovanimento della pianta e stimolare l’apertura delle gemme quiescenti.

Dormienza del seme

Non tutte le specie hanno un alto tasso di germinabilità. Questo dipende da molti fattori che devono essere ottimali per far si che si formi la giovane pianta come la temperatura, la stagionalità, la vigoria del seme, la pianta madre ecc ecc.

Gli ormoni possono interrompere questa dormienza e far aumentare le possibilità di successo nella semina. Si impiegano le Gibberelline (GA3 Acido gibberellico 10% circa). Le gibberelline hanno la caratteristica di interrompere la dormienza del seme soprattutto se la causa è la temperatura.

Cimatura o potatura verde

La cimatura, ovvero l’asportazione dell’apice del germoglio, è praticata in fase di formazione della pianta per la regolazione della chioma e per la riduzione della vigoria del ramo cimato, in modo da frenare le parti apicali della vegetazione e da bilanciare lo sviluppo dei germogli e della ramificazione arretrata secondaria e terziaria. Asportando la gemma apicale, luogo dove viene sintetizzata gran parte dell’auxina, si ottiene una riduzione della dominanza apicale ed un conseguente aumento di vigoria sulle gemme e sulla ramificazione arretrata. Sulle gemme laterali, in parte per l’effetto delle citochinine, in parte per effetto dell’aumento della sintesi di auxina, vedremo un aumento della vigoria e della crescita.

L’uso di citochinine nel bonsai senza asportarne l’apice, può accelerare la formazione della ramificazione e della struttura della pianta.

Figura tratta da Piero Guarino – L’impiego dei brachizzanti sulle piante ornamentali.

Brachizzanti

L’allungamento dei germogli in una pianta avviene attraverso due modalità, per divisione e per distensione cellulare. Come detto nella prima parte, le Gibberelline hanno maggiore influenza sui processi di distensione cellulare.

L’effetto dei brachizzanti (i termini latino bracus e greco brachys, significano corto) è quello di contrastare l’azione dell’acido Gibberellico e quindi di limitare la crescita cellulare per distensione.

In particolar modo i brachizzanti (o nanizzanti) hanno effetto sull’accrescimento primario (per allungamento quindi) piuttosto che sull’accrescimento secondario (distensione in larghezza). Quindi il loro effetto è quello, limitando la crescita per distensione, di limitare l’allungamento degli internodi e di tenere la chioma della pianta compatta ed equilibrata.

Tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione anche parziale – menzione del nome dell’autore obbligatoria ai sensi legge 633/41.

L’esposizione

L’ESPOSIZIONE

(tratto da appunti raccolti durante una lezione di Edoardo Rossi)
di Roberto Bezzi

Tokonoma

Dove la notte si dormiva ed il giorno si scriveva: per questo ha una finestra laterale che illumina e per questo la luce ideale è laterale e non deve arrivare dal fronte o dall’alto, il Tokonoma è un luogo sacro.

Allestire il Tokonoma vuol dire abbellire lo spazio (Kasari), nel Tokonoma l’elemento principale è lo spazio, gli altri elementi (bonsai, suiseki, kakejiku, Shitakusa) servono ad abbellire lo spazio, di solito gli elementi utilizzati sono 3, messi in modo da dare anche un senso di profondità (non allineati), mentre per le esposizioni nelle mostre bonsai o suiseki di solito si mettono solo due elementi (es. bonsai e Shitakusa), nel caso si presenti un bosco od un bonsai su pietra è possibile non utilizzare altri elementi in quanto l’elemento secondario (erba di compagnia) è già presente nella pianta principale, sotto forma di erbe e licheni presenti nel sottobosco o nella roccia. Un principio fondamentale nella presentazione è l’asimmetria: non devono esserci elementi ripetitivi (per esempio non va bene avere fiori sia nel kakejiku che nel shitakusa, non va bene avere il vaso del bonsai della stessa forma del vaso del shitakusa, ecc.), ma anche avere tutto completamente asimmetrico creerebbe confusione, per questo motivo in tutte le presentazioni c’è un elemento perfettamente simmetrico: si tratta del vaso che viene posizionato sul tavolo in modo perfettamente centrato, l’unica eccezione a questa regola si ha quando il tavolo è costituito da una lastra di legno asimmetrica (Jita).

Essendo lo spazio l’elemento principale prima di scegliere gli elementi da presentare occorre conoscere lo spazio a disposizione, infatti nell’allestimento tutti gli elementi sono modificabili tranne lo spazio: una pianta grande in uno spazio piccolo non viene valorizzata, così come una piccola pianta in uno spazio grande non riesce ad abbellire lo spazio. Il “vuoto”, quindi lo spazio, è l’elemento principale che serve al “pieno”, quindi al bonsai, di esprimersi, quindi la pianta stessa deve essere adatta a quello spazio, altrimenti non potrà essere apprezzata da chi la osserva.

L’allestimento perfetto di un Tokonoma è un’armonia fra i vari elementi che comprende anche la natura e la sua stagionalità: la stagione da rappresentare è quella in corso, l’unica eccezione si ha a fine inverno (gennaio, febbraio), dove possiamo anticipare la primavera con un elemento che fa vedere l’inizio della ripresa primaverile (per esempio un Shitakusa con un fiore), questo aiuta anche l’osservatore ad essere positivo verso la consapevolezza dell’imminente arrivo della primavera.

Shitakusa

(pron. SHTAKSA) Erba di compagnia, tradotto alla lettera “erba che sta sotto”. Deve essere, come dice il nome stesso, un elemento che “sta sotto”, quindi che non intralcia la visibilità dell’elemento principale, ma lo aiuta ad essere osservato perché è in armonia con lui.

La posizione migliore è il punto più lontano possibile senza essere considerato un elemento estraneo (si allontana dal bonsai finchè si vede che più lontano non sarebbe più in armonia e perderebbe il contatto visivo con gli altri elementi).

Il movimento dell’albero determina la posizione

Un albero che va verso sinistra deve avere la parete più vicina a destra, un albero che va verso destra deve avere la parete più vicina a sinistra, questo per dare modo all’albero di protendersi verso il vuoto.

Per determinare se l’albero va verso destra o verso sinistra ci sono tre elementi fondamentali:

  • la direzione iniziale del tronco
  • la direzione del ramo principale
  • la direzione dell’apice.

Questi tre elementi dovrebbero avere la stessa direzione per ottenere un bel bonsai, in base alla difficoltà di interventi la prima cosa che possiamo correggere è l’apice, la seconda il ramo principale e la più difficile la direzione iniziale del tronco, che è modificabile solo cambiando la posizione della pianta nel vaso.

Tavolo

L’altezza ideale del tavolo è quella che permette all’osservatore di vedere la pianta a metà dell’albero, anche qui c’è una eccezione: se il tavolo è troppo alto si può dare alla composizione un senso di instabilità, questo sarebbe un difetto troppo grosso ed allora è meglio costringere l’osservatore ad abbassarsi. Le striature del legno presenti sul tavolo non dovrebbero mai andare dal fronte al retro, ma solo orizzontalmente (da destra a sinistra).

Jita

La base di legno fatta a lastra che viene di solito usata per gli shitakusa.

Tempai

Statuine che rappresentano animali di solito fatte in bronzo: gli animali rappresentati non devono essere animali ostili, né avere atteggiamenti ostili, ma devono richiamare pace e tranquillità all’osservatore, non sono adatti rapaci e neanche la maggior parte degli animali carnivori, sono molto apprezzati alcuni tipi di uccelli (fagiani, pavoni, uccelli acquatici), alcuni insetti (grillo, farfalle) ed altri animali di indole pacifica (cerbiatti, daini, cervi).

Le concimazioni in 4 dimensioni

LE CONCIMAZIONI IN 4 DIMENSIONI

di Simone Chiarelli

Il successo della coltivazione in vaso non può naturalmente prescindere da una buona concimazione, mirata a fornire al bonsai i nutrimenti giusti, al momento giusto.
La concimazione quindi ha come scopo principale la salute del bonsai ed una sua equilibrata crescita nel tempo.
Una concimazione con un prodotto adeguato effettuata però al momento sbagliato è, per le piante in genere e a maggior ragione per il bonsai, una concimazione essenzialmente sbagliata.

Se però nelle comuni piante da appartamento e piante da giardino una corretta concimazione deve mirare principalmente alla salute dell’organismo vegetale (o alla produttività nel caso dell’orticoltura), nel fare bonsai si deve tener in gran considerazione anche dell’aspetto estetico della pianta: in altre parole i metodi e le tempistiche di concimazione hanno un’influenza non solo sulla salute ma anche sull’aspetto estetico del bonsai e fanno parte se si vuole dell’aspetto di formazione del bonsai stesso.

Da questo nasce l’idea della concimazione in 4D, attraverso l’analisi di 4 diverse dimensioni del fenomeno “concimazione” nel bonsai, dimensioni con l’analisi delle quali si cerca di andare oltre il semplice obiettivo “nutritivo”.

ELEMENTI

Le sostanze utilizzate dai vegetali si dividono in tre gruppi.

  • MACROELEMENTI (o elementi principali): Azoto (N), Fosforo (P), Potassio (K).
  • MESOELEMENTI (o elementi secondari): Zolfo (S), Calcio (Ca), Magnesio (Mg), Sodio (Na).
  • MICROELEMENTI : Boro (Bo), Cobalto (Cb), Rame (Cu), Ferro (Fe), Manganese (Mn),Molibdeno (Mb), Zinco (Zn), Cloro ( Cl)

Ci soffermiamo per brevità sui macroelementi in quanto elementi caratterizzanti di ciascun concime in commercio.

AZOTO (Elemento N dal latino Nitrogenum)
L’azoto è responsabile dei maggiori processi di crescita ed allungamento, come anche della formazione della struttura di base delle foglie e della dimensione delle cellule. Il deficit di azoto si riconosce dal colore verde pallido delle foglie e da crescita assente o stentata.
L’eccesso provoca prima un ingrossamento delle foglie e un allungamento degli internodi , e se grave , disidratazione e marciume radicale.
In natura si trova sotto forma gassosa: per essere assimilato dai vegetali deve essere presente in forme solubili, le due forme comuni dell’azoto sono l’azoto nitrico (inorganico) e quello ureico (organico) .

FOSFORO (Elemento P dal latino Phosphorum)
Il fosforo è utilizzato nella formazione di infiorescenze, legno e libro assieme al potassio. Il deficit (rarissimo) si riconosce dal margine delle foglie che diventa di colore dal rosso al violaceo.
Non si registrano effetti rilevanti di eccesso.

POTASSIO (Elemento K dal latino Kalium)
Il potassio è il “cemento” con cui si consolidano le nuove crescite (pareti cellulari delle foglie) immediatamente dopo l’azione dell’azoto, ed assieme al fosforo è alla base dei processi di lignificazione.
Costituisce anche una buona protezione dal freddo della stagione invernale.

TIPOLOGIE DI CONCIME

Ogni concime ha indicato sulla propria confezione il titolo, alias la tripletta NPK, che lo contraddistingue in termini di macroelementi.
Il Titolo NPK rappresenta la presenza in percentuale dei tre elementi N azoto, P Fosforo, K Potassio. Per fare un esempio, ogni 100 kg di concime, con un titolo ipotetico NPK di 5–6–7 avremmo 5 kg di azoto, 6 kg di fosforo, 7 kg di potassio.
Il resto della formulazione è costituito in genere da ammendanti e altre sostanze capaci di favorire la decomposizione del concime e l’assorbimento dei tre macroelementi stessi.

I concimi si possono quindi distinguere innanzitutto in base al loro NPK, e per questo si distinguono in due categorie:

  • concimi azotati (o a base N) dove la presenza di azoto la fa da padrona
  • concimi fosfo-potassici (a base P e K) dove la % di P e K è più elevata e l’azoto è relegato ad un 3-4 %, percentuale necessaria affinché, soprattutto il potassio, possa essere correttamente assorbito dalla pianta. Anche in concimi il cui unico scopo è quello di apportare potassio ritroviamo infatti formulazioni dove il titolo è del tipo NK 3-15 o 3-30, quindi con una piccola presenza di azoto che favorisce l’assimilazione dell’ossido di potassio.

Un’altra grande tassonomia è quella rappresentata da concimi organici e concimi chimici. Per organico in realtà, ad esser puristi, si intenderebbe derivato dal carbonio e dai processi legati alla sua sintesi: in realtà comunemente, relativamente alla concimazione, organico indica in realtà composti del Carbonio di origine animale o vegetale.

Sono concimi organici ad esempio quelli derivati dalla sintesi di alghe, scarti della lavorazione della soia, quelli derivati da sterco di pollo (pollina) o ovino (stallatico) o da parti animali come la cornunghia (corna ed unghia di bovini macinate e sterilizzate).

I concimi chimici invece sono concimi di sintesi con composizione inorganica. Solitamente caratterizzati da un maggior tenore di azoto rispetto a quelli organici, richiedono una maggior attenzione nel loro uso rispetto ai concimi organici e solitamente di consiglia di sottodosare rispetto a quanto indicato in confezione.
Consentono un’assimilazione più veloce rispetto alla categoria dei concimi organici.

Un’ulteriore differenziazione tra concimi è data dalla suddivisione tra concimi liquidi e solidi. I primi naturalmente consentono un’assimilazione molto rapida che in alcuni casi arriva a ridursi fino a tre giorni dalla somministrazione. I secondi sono anche detti “a lenta cessione”, alcuni di questi possono addirittura catalogarsi “a lentissima cessione” come la cornunghia.

Infine si può distinguere una categoria di concimi “da bonsai” in quanto studiati appositamente per i bonsai e generalmente dotato di una minore presenza in termini di NPK rispetto a quanto visto per i cugini generici. In questi composti solitamente la percentuale di azoto non supera il 6%.
Caratteristici di questa categoria sono i concimi pellettati a cilindri o piramidi (esempio Hanagokoro, Biogold, Aburukasu)

Dopo una premessa di carattere generale analizziamo le dimensioni e le strategie di concimazione.

1° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALLA STAGIONE

Il susseguirsi delle stagioni all’interno dei 12 mesi influenza le piante in termini di lunghezza della fase vegetativa, vigoria, e della corrispondente richiesta di nutrimento, come conseguenza delle variazioni delle temperature e delle ore di luce tra le stagioni: su queste basi, banalizzando, le stagioni si possono considerare come vegetative (primavera ed estate e la parte iniziale dell’autunno) e stagioni di riposo (seconda parte dell’autunno e inverno).
Si tratta di una banalizzazione che ha come riferimento piante che vivono nell’emisfero boreale alle latitudini dell’Italia Centrale e Settentrionale: in alcune zone del sud d’Italia e delle isole la fase vegetativa è necessariamente più lunga.

figura1

Figura n°1
Come si vede in Figura 1 la vigoria vegetativa della pianta varia col susseguirsi delle stagioni, con un massimo assoluto in primavera ed un massimo relativo, dopo il picco delle temperature estive, in corrispondenza della “ripresina” di fine Agosto e Settembre.

Questo evolversi della vigoria durante l’anno implica, come detto sopra, strategie e tempistiche di concimazione diverse.

figura2

Figura n°2
NPK = leggasi prevalenza di N
NPK = leggasi prevalenza di P e K

La pianta, in genere, ha una maggior necessità di apporto di Azoto (N) nelle fasi di crescita ed un maggiore apporto di Fosforo (P) e Potassio (K) in prossimità dei mesi invernali per la costruzione delle parti legnose, del fusto e per la protezione dal freddo (si veda anche qui).
In figura 2 si è sovrapposta, all’evoluzione della vigoria vista in figura 1, la strategia di concimazione di base, distribuita temporalmente nei mesi interessati.
Si ha quindi l’esemplificazione di un modus operandi con l’apporto di concimazioni di due tipi:

  • azotate (NPK= leggasi prevalenza di N)
  • fosfo-potassiche (NPK = leggasi prevalenza di P e K)

Si tratta di una esemplificazione che si adatta a piante del tipo latifoglie (non da fiore e frutto) o conifere: per quelle da fiore/frutto, vedremo poi, sarà necessario muoversi diversamente durante l’arco dell’anno.
Si noti come in Figura 2, con questa strategia di base, si preveda una somministrazione di concimazioni a base P e K (NPK) solo nel periodo autunnale (si veda per approfondire l’articolo sulle concimazioni autunnali).

2° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALL’ESSENZA

figura 3

Figura n°3

Discostandoci dalla strategia di base, se si hanno essenze che tipicamente sono apprezzate per la loro fioritura e fruttificazione (meli, peri, melograni ad esempio) si varia quanto visto per le comuni latifoglie e conifere (visto in precedenza in figura 2), introducendo la somministrazione di concimazioni NPK durante la fase finale della primavera e l’inizio dell’estate.

La somministrazione di concime a base di azoto da fare continuamente tra Aprile e Luglio (vista per la strategia di base) viene sostituita, nella sua parte terminale (mese di Giugno ed una parte di Luglio), con l’introduzione di concimazioni a base Fosforo e Potassio.

Questa variazione si riflette sulle specie da frutto a seconda della loro tipologia.
Individuiamo le specie da fiore frutto in due tipi

  • TIPO A: differenziazione delle gemme da fiore sui rami dell’anno antecedente alla fioritura (es peri e meli) >> sviluppo durante il mese di Giugno/Luglio dell’anno precedente alla fioritura con fioritura alla ripresa vegetativa dell’anno in corso
  • TIPO B: sviluppo delle gemme da fiore sui rami del medesimo anno della fioritura (es melograni) >> fioritura durante il mese di Maggio/Giugno dell’anno in corso

La somministrazione di Fosforo e Potassio durante il mese di Maggio/Giugno e una parte di Luglio comporta:

  • per le piante del tipo A un aiuto nella formazione di gemme da fiore che fioriranno a primavera dell’anno successivo in concomitanza (o leggermente prima)delle prime foglie,
  • per le piante del tipo B un aiuto nella formazione e fioritura di gemme da fiore dell’anno e nella loro successiva fruttificazione.

Un’ulteriore variazione rispetto a Figura 4 può essere operata, se si vuole portare avanti nella stagione una buona fruttificazione senza eliminazione dei frutti (Figura 4), somministrando più P e K di quanto visto in Figura 3 (si sostituiscono le concimazioni a base N di fine Agosto/settembre con quelle a base P e K senza interruzioni fino all’autunno).

figura 4

Figura n°4

3° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALLO STADIO DI FORMAZIONE DEL BONSAI

Tra le qualità maggiormente apprezzate in un bonsai vi sono la fine ramificazione e la compattezza dei palchi, associata ad una struttura della ramificazione secondaria e terziaria dotata di internodi corti. A queste si aggiungono anche la ridotta dimensione delle foglie.
Queste qualità, che sono più specifiche di alcune essenze/varietà (vedi acero palmato crispifolium) che di altre (vedi acero palmato crispifolium rispetto al palmatum), possono essere indotte e migliorate da una corretta esposizione alla luce solare, una corretta annaffiatura, e, non ultima, da accorte concimazioni.

figura 5

Figura n°5 – Un particolare di un acero presso il vivaio Franchi

Le caratteristiche elencate sono però più tipiche di un bonsai maturo e del lavoro di Mochicomi durato anni.
Di fronte ad una pianta sulla quale deve ricostruire la ramificazione primaria, bada meno a queste caratteristiche e pensa a far crescere la pianta (e la sua ramificazione primaria) il più velocemente possibile applicando quando possibile il filo per dare movimento.

Nel caso di piante da ricostruire o da far crescere penserà quindi all’uso di fertilizzanti ad alto tenore di azoto in modo da raggiungere l’obiettivo il più velocemente possibile, soprattutto al momento della ripresa vegetativa dove la spinta della pianta è maggiore (Figura 6).

figura 6

Figura n°6

Invece nel caso di esemplari già formati utilizzerà concimazioni di mantenimento con uso di prodotti a basso tenore di azoto. Questi gli consentiranno di ottenere ramificazione fine, contenere gli internodi e avere foglie di ridotte dimensioni (Figura n°7).

Ritardo di concimazione: in alcuni casi si può ritardare addirittura la concimazione primaverile, in modo che il bonsai produca i primi due/tre internodi dell’anno nuovo con le energie residue dall’anno precedente, e produca così i primi due internodi particolarmente brevi.
Ottenuti i primi internodi ravvicinati è possibile poi usare in seguito concimazioni più forti nel caso in cui i successivi internodi siano sacrificati l’anno successivo con una potatura di formazione.

figura 7

Figura n°7

4° DIMENSIONE – CONCIMAZIONI IN BASE ALLA DIMENSIONE FINALE DEL BONSAI

Le scelte di concimazione illustrate per la 3° dimensione (si veda Figura 6 e 7) assumono una ulteriore variante se applicate ad esemplari piccoli o piccolissimi.
Questo vale in maggior parte per quanto riguarda la formazione di bonsai mame o shohin dove la struttura deve sempre essere tenuta d’occhio fin dalle prime fasi della loro formazione. Nelle ridotte dimensioni infatti basta un piccolo errore affinché la ramificazione scappi dal controllo del bonsaista.

In sostanza se in precedenza (3° dimensione) si era fatta una differenziazione tra prime fasi della formazione a bonsai (costruzione della ramificazione primaria dove non si badava un granché agli internodi) e fasi successive (definizione della secondaria/terziaria e mantenimento), nei mame/shohin questa viene un po’ a cadere o quantomeno ad attenuarsi.

Infatti viste le loro ridotte dimensioni, i bonsai il cui progetto finale rimane al di sotto dei 10-15 cm hanno bisogno di una particolare cura relativamente alla ramificazione anche nelle prime fasi di formazione.

Per questo motivo si tendono ad adottare, anche in sede di formazione della ramificazione primaria, gli accorgimenti visti in figura 7, con eventuale ritardo di concimazione.
Formati i primi due/tre internodi nella prima fase di ogni stagione vegetativa, è possibile poi somministrare concimi che spingano di più. I successivi internodi al secondo che la pianta svilupperà, anche se di maggiori dimensioni, saranno poi non inclusi nel progetto finale e pertanto si potranno eliminare durante la potatura invernale dell’anno successivo.

Questa ultima variante deve comunque essere accompagnata da un attento monitoraggio dello sviluppo della pianta per evitare che, anche in corrispondenza dei primi due internodi formati, la ramificazione si ingrossi diventando troppo tubolare.

Foto e grafici di Simone Chiarelli

Glossario dei termini giapponesi

GLOSSARIO DEI TERMINI GIAPPONESI

Akadama

Argilla di origine vulcanica, estratta alla profondità di tre metri viene raccolta e trattata e lavorata fino a che si presenta in grani di diversa granulometria. Molto apprezzata come terriccio per bonsai, ha rispetto alla “concorrente” pomice, la capacità di assorbire un maggior quantitativo di acqua e di rilasciarla i maniera più costante durante la giornata. Ha un PH neutro.

Aka-Matsu

Pino rosso Giapponese (Pinus densiflora).

Aki-nire

Olmo cinese (Zelkova).
Bonsai

Chojubai

Cotogno da fiore giapponese (Chaenomeles).

Daiza

Base solitamente in legno che rappresenta la base all’interno della quale è collocato il suiseki. si tratta di una base personalizzata per ciascun Suiseki e intagliata, levigata appositamente per ciascun suiseki.

Eda

Letteralmente Ramo.

Ezo-Matsu

Abete di Ezo (Picea Ezoensis). “Ezo” è il nome antico dell’isola di Hokkaido.

Gojo-Matsu

Pino a 5 aghi (Pinus Parviflora e Pentaphylla).

Hanagokoro

concime organico a lenta cessione N-P-K: 5-5-2.

Kanuma

Terriccio a componente argillosa si presenta in granuli come l’akadama ma di un colore più giallo. E’ dotata di un PH leggeremente acido che la rende utilizzabile per piante acidofile come le azalee ed in piccole percentuali anche per piante come sughere e aceri che gradiscono una leggera acidità nel terreno. deve il suo nome all’omonima città Giapponese della prefettura di Tochigi.

Kaede

Termine giapponese che identifica l’acero tridente (Acer Buergerianum). Deriva da “Kaeru-de” (mano di rospo) per la forma delle sue foglie.

Keto-tsuchi

Torba nera per stile Ishitsuki o usata nello stile boschetto per delimitare l’esterno della composizione.

Kifu Bonsai

Bonsai di dimensione compresa tra i 20 ed i 35 cm.

Kuromatsu

Termine che indica il Pino Nero giapponese (Pinus Thunbergii).

Kusamono

Bonsai di erbacea. Il Kusamono si usa esporre, a differenza dello shitakusa (vedi sotto) che funge sempre da accompagnamento al bonsai, come principale elemento del tokonoma.

Mame

Bonsai che può raggiungere e non superare i 7 cm.

Metsumi

Pinzatura dei germogli teneri con la punta delle dita o delle pinzette. L´obiettivo è quello di favorire la crescita dei germogli deboli e contemporaneamente contenere la dimensione delle foglie e degli internodi.

Miki

letteralmente Tronco.

Misho

Bonsai coltivato da seme

Momiji

Acero Palmato. Anche Yamamomiji (Acer palmatum var.matsumurae – Acero di montagna).

Mini bonsai

Categoria di bonsai dalle dimensioni comprese tra i 7cm e i 10 cm.

Mochicomi

o Mochikomi Insieme di cure quotidiane mirate al conferimento della maturità e vetustà al bonsai.

Neagari

Letteralmente Radici esposte. Termine che sta ad indicare lo stile a radci esposte.

Nebari

Letteralmente Radici. Termine giapponese per indicare la base di radici o Piede: costituisce la prima parte della pianta che fuoriesce dal terreno e che le permette di ancorarsi ad esso. Una delle caratteristiche principali di ciascun bonsai, deve presentare radici non incrociate e disposte a raggiera. L’uso di un vaso basso consente un suo sviluppo superficiale e radiale.

Sakura

Ciliegio anche Fuji-Sakura (Ciliegio da fiore).

Shinpaku

Ginepro a scaglie (tipicamente il Chinensis).

Shitakusa

Erba di accompagnamento.

Shohin o Shoin

Categoria di bonsai dalle dimensioni comprese tra i 10cm e i 20 cm.

Soro

Carpino giapponese.

Suiban

Vassoio basso senza foro di drenaggio usato per esporre i suiseki. Il Suiseki risulta comunemente adagiato su di un sottile strato di sabbia collocata nell’incavo del vassoio stesso.

Tachiagari

Si tratta della prima parte del tronco appena terminato, salendo verso l’alto, il nebari. Deve, assieme al resto del tronco, essere conico e restringersi salendo verso l’alto per dare senso di triangolarità e vetustà alla pianta.

Tosho

Ginepro ad aghi (tipicamente il Communis o il Rigida).

Tokonoma

Spazio rientrato nei salotti giapponesi usato anche come tipico spazio espositivo per bonsai e suiseki.

Ume

Albicocco giapponese (prunus mume).

Yamadori

E’ un bonsai o pianta raccolta in natura. Letteralmente il termine giapponese significa “trovato in montagna” o meglio”raccolto in montagna” dove Yama sta ad indicare la montagna.