Convocazione riunione ordinaria dei soci A.T.A.B.S.

Sabato 16 dicembre 2017 ore 6:00 in prima convocazione e, qualora non fossero raggiunte le prescritte maggioranze, in seconda convocazione sempre per il giorno Sabato 16 dicembre 2017 alle ore 16:00, presso la nostra sede in via san Michele a Rovezzano, 10a.

Riunione ordinaria dei soci con presentazione del bilancio consuntivo per l’anno 2017.

Con l’occasione vi ricordiamo gli altri appuntamenti:

  • Lotteria con estrazione delle piante donate dai soci generosi.
  • Giornata del socio generoso.
  • Lavorazione, da parte di Davide Lenzi, di una pianta che sarà poi estratta a sorte tra i presenti.
  • Apertura delle iscrizioni per il 2017.

A seguire la consueta cena di fine anno.

Ricordiamo di prenotarsi, chi non l’avesse ancora fatto, per la cena entro il 5 dicembre che si terrà presso il ristorante Il Trebbiolo. Costo cena 35 euro a persona, questo sarà il menu di pesce:

  • Antipasto: Polpo Viola con cavolfiori, spuma di burrata, crumble di pesce azzurro
  • Primo: Maltagliati allo sgusciato di vongole veraci
  • Secondo: Trancio di cernia al forno con patate fondenti e crema di castagne
  • Dolce: tiramisù Tradizionale
  • Bevande e caffè

Si prega di segnalare eventuali intolleranze.

Foglie rosse, antocianine e bonsai (parte 2)

di Simone Chiarelli

ESCURSIONE TERMICA

Oltre ad essere una funzione della specie, l’intensità della colorazione rossa può variare al variare delle annate e a seconda delle condizioni della pianta. Infatti, negli autunni caratterizzati da giornate soleggiate con forte escursione termica tra notte e giorno, aumenta la produzione di zuccheri all’interno delle foglie, con una conseguente maggior sintesi di antocianine e maggiore sviluppo di pigmento rosso. Questo processo risulta ancor più intenso se oltre al soleggiamento si ha un’alta umidità mattutina, tipica delle giornate autunnali caratterizzate da nottate serene: l’alta umidità mattutina consente alla foglia di avere una maggior quantità di acqua a disposizione. L’umidità infatti consente alla foglia, nonostante sia prossima al distacco e quasi non più rifornita di acqua dal resto della pianta, di avere comunque a disposizione una quantità di acqua sufficiente per continuare nella sintesi del glucosio.

L’esposizione al sole quindi favorisce l’aumento di pigmento, come avviene anche nella frutta rossa: come nelle mele ad esempio, dove non è così raro osservare il lato esposto al sole caratterizzato da un rosso più intenso rispetto al lato in ombra. Ne derivano per i nostri bonsai quindi due indicazioni importanti.

SUGGERIMENTO N°1

Dobbiamo cercare di massimizzarne la loro esposizione al sole, all’escursione termica e all’umidità. Per chi ha un giardino o un campo sarebbe quindi opportuno posizionare piante come aceri o liquidambar, lontano da edifici e tettoie, alla ricerca del soleggiamento diurno, del fresco notturno e della guazza mattutina. Da prediligere comunque, che le piante siano tenute in un giardino o su un balcone, l’esposizione a sud (per noi che viviamo nell’emisfero boreale dove l’arco solare diurno si trova a sud).

SUGGERIMENTO N°2

Nessuno ci impedisce, naturalmente di ricreare artificialmente un ambiente umido, con l’uso di uno spruzzino da usare al mattino presto e durante le serate non fredde. Con questo metodo, stando attenti a non nebulizzare nelle serate particolarmente fredde, si ottiene un aumento dell’apporto di acqua alla foglia che sopperisce al calo di acqua provocato dall’abscissione fogliare. Questo comporta un deciso aumento della produzione di zuccheri nella foglia e della colorazione rossastra.

PH

Oltre a quanto visto fino ad ora, altri due fattori influenzerebbero il tenore di antocianine. Per capire il primo ci facciamo aiutare dall’etimologia greca della parola Antocianina*. Le antocianine non necessariamente quindi apportano colorazione rossa, possono virare in azzurro all’aumentare del ph della linfa all’interno della quale sono disciolte. Quindi donano colorazione azzurra in presenza di un ambiente tendenzialmente alcalino, mentre virano sul rosso al diminuire del ph (ambiente tendenzialmente acido).

SUGGERIMENTO N°3

Da questo concetto deriva quindi un’ulteriore indicazione riguardo al terreno che dovremo usare per i nostri bonsai. Un terreno leggermente acido favorirà quindi una maggiore intensità nella colorazione rossastra, e tutti sanno che gli aceri palmati non disdegnano una leggera acidità nel terreno…

AZOTO

Altro fattore che determinerebbe l’intensità del colore rosso sarebbe la scarsa presenza di azoto nel terreno. Secondo uno studio americano In terreni poveri di azoto, aceri rossi e liquidambar svilupperebbero una maggior quantità di Antocianine. Si tratta però di fattori ancora da chiarire.

Che dire infine delle piante la cui colorazione del fogliame appare rossa in primavera al risveglio vegetativo e che poi vira al verde una volta che la foglia è giunta a maturazione? In alcuni casi (Acero palmato) si tratta delle medesime essenze portatrici di fogliame rosso durante la stagione autunnale. Anche in questo caso l’effetto è dovuto ad una carenza di clorofilla, dovuta proprio alla immaturità della struttura fogliare nei primi giorni di vita. Una volta giunta a maturità la foglia ed iniziata la fotosintesi, aumenta la produzione di clorofilla, il pigmento rosso viene quindi surclassato a favore del tipico pigmento verde clorofilliano.

*Gli antociani (dal greco anthos = fiore, kyáneos = blu) o antocianine sono una classe di pigmenti idrosolubili appartenente alla famiglia dei flavonoidi.
Le antocianine sono tra i più importanti gruppi di pigmenti presenti nei vegetali, e si ritrovano nei fiori e frutti così come negli arbusti e nelle foglie autunnali. Il colore delle antocianine può variare dal rosso al blu, a seconda del pH del mezzo in cui si trovano e dalla formazione di sali con metalli pesanti presenti in quei tessuti.

Fisiologia – Ormoni vegetali

FISIOLOGIA – ORMONI VEGETALI

Tratto da una lezione di Marco Beconcini svolta nel 2010, un interessante articolo sugli ormoni vegetali e sulle loro implicazioni in ambito bonsai.

Di Marco Beconcini e Simone Chiarelli

Ogni organismo per svilupparsi, necessita una comunicazione tra le cellule di cui è composto.

Gli ormoni rappresentano i messaggeri di tale comunicazione intercellulare, interagendo con dei recettori, ovvero proteine all’interno della cellula che danno il via alla produzione di sostanze chimiche. Il risultato di questa comunicazione si traduce nella produzione di sostanze in grado di influenzare lo sviluppo della pianta in ogni sua parte.

Gli ormoni rispondono a stimoli esterni (es. luce) modificando il metabolismo della pianta.

Ogni organo della pianta è così regolato da più di un ormone che può aumentare o diminuire la propria concentrazione all’interno di esso.

Una delle caratteristica degli ormoni vegetali è la propria traslocazione da un organo all’altro sfruttando le vie linfatiche della pianta (es: da radice a fusto),

Differenze tra ormoni animali e ormoni vegetali

ANIMALI

  • Sono di diversi tipi ed in numero superiore.
  • Polipeptidi o steroidi
  • Sono prodotti dall’ipofisi e da ghiandole specifiche

VEGETALI

  • Sono solo 5 i principali.
  • Sono molecole di varia natura.
  • Non esistono organi specifici per la produzione e la loro distribuzione è molto eterogenea.

Gli ormoni vegetali (fitormoni) che agiscono da fitoregolatori possono essere suddivisi in 5 classi principali: Auxine, Gibberelline, Citochinine, Acido Abscissico ed Etilene.

Gli ormoni facenti parte delle prime tre classi si possono classificare come ormoni ad effetto “stimolante” o “accrescitivo”, gli ultimi due ormoni possono essere invece classificati come “ormoni inibitori” proprio per la loro azione inibitoria sulla pianta.

Un breve elenco degli effetti fisiologici delle cinque classi di ormoni di cui sopra.

AUXINE

Il nome deriva dalla parola greca “auxein” che significa “crescita”. Per auxina si intende la sostanza chimica in grado di promuovere la crescita per allungamento dei tessuti vegetali.

È contenuta naturalmente nelle piante in queste forme:

  • Acido indolo-3-acetico (IAA)
  • Acidocloindolacetico (4-Cl-IAA) (Cloroauxine)
  • Acido fenilacetico (PAA)

Oppure in forme sintetiche impiegate nei preparati commerciali.

Le auxine sono localizzate e prodotte soprattutto nell’apice dei germogli dove a determinate concentrazioni è responsabile della distensione dei tessuti.

L’auxina è trasportata nel resto della pianta con un movimento che dal germoglio va verso le radici. La sintesi dell’auxina è maggiore in primavera, periodo durante il quale si ha una maggiore crescita e vigoria della pianta, e rallenta in estate.

L’auxina apporta:
Effetto di distensione dovuto ad un aumento dell’estensibilità della parete cellulare nei giovani fusti in via di sviluppo

Fototropismo Attitudine della pianta a svilupparsi verso la luce. In questo caso sottoponendo un germoglio ad una fonte di luce laterale, che pone un lato del germoglio in ombra, si osserva una direzionalità del germoglio verso la luce a causa della maggior concentrazione di auxina sul lato in ombra del germoglio stesso, che ne provoca una maggior crescita sul lato in ombra ed una minor crescita sula lato esposto alla luce.

Gravitropismo: movimenti per cui le radici si dispongono nella posizione del filo a piombo verso il centro della Terra.

Dominanza apicale e susseguente inibizione delle gemme laterali.

La dominanza apicale è fenomeno in cui l’apice vegetativo inibisce e controlla (da qui il termine “dominanza”) lo sviluppo delle gemme laterali. L’auxina, sintetizzata nell’apice del germoglio, scende lungo il fusto e blocca la crescita delle gemme ascellari favorendo un maggior sviluppo dell’apice vegetativo.

Se si recide l’apice del germoglio, inibendo quindi in parte la sintesi di auxina, le gemme ascellari crescono rapidamente.

Formazione di radici avventizie ad alte concentrazioni e conseguentemente inibizione della radice primaria.
Rallentamento della senescenza delle foglie e stimolo primario alla formazione del frutto.

Tutti questi fenomeni indotti dalle auxine avvengono a concentrazioni standard, All’aumentare o al variare di tale concentrazione si ottiene il risultato inverso al fenomeno provocato:

BASSE CONCENTRAZIONI:

  • Sviluppo del fittone radicale
  • Sviluppo del germoglio

ALTE CONCENTRAZIONI:

  • Sviluppo di radici laterali
  • Inibitore di crescita

Prodotti commerciali contenenti auxine di sintesi:

Acido Alfanaftilacetico (NAA) all’1%

Radicante a dosi elevate,stimolante a dosi più basse

NAA (Acido alfa-naftilacetico) puro 0,01 %

Antistress,stimolante della ripresa vegetativa

NAA (Acido alfa-naftilacetico) puro 7,5%

Potatura chimica, antipollonante

GIBBERELLINE

Le gibberelline sono una famiglia di composti (terpenoidi) che hanno un’influenza sulla divisione cellulare e sulla crescita. Una pianta ad alto fusto contiene una concentrazione di questo ormone superiore rispetto a una pianta con habitus cespitoso o rispetto a un bonsai.

Alcune gibberelline:

  • GA1
  • GA3
  • ENT- Gibberellano
  • ENT- Kaurene

Questi ormoni sono meno mobili delle auxine. E’ prodotta dai meristemi apicali e subapicali del fusto, dal seme e dall’embrione.

Principali effetti indotti dalle gibberelline

  • Allungamento del fusto e conseguente perdita di spessore
  • Interruzione della dormienza del seme dovuta alla temperatura
  • Induzione alla fioritura su piante giovani,o conversione dallo stadio maturo allo stadio giovanile a seconda della concentrazione

Prodotti commerciali contenti gibberelline di sintesi:

Liquidi

    Acido gibberellico (GA3) 2%
    Pastiglie idrosolubili

In Polvere : puro da sciogliere in alcool

  • GA3 9%
  • GA3 12%
  • CITOCHININE

    Le citochinine sono ormoni sintetizzati nel meristema radicale della pianta e sono trasportate verso i germogli attraverso lo xilema

    Zeatina

    Chinetina

    Importanza del rapporto tra Auxine e Citochinine:

    Le auxine ad alte concentrazioni stimolano la formazione di radici, mentre alte concentrazioni di citochinina e di auxina inducono la germogliazione.

    Principali effetti indotti dalle citochinine

    • Stimolazione delle gemme laterali (quando si perde la dominanza apicale questi ormoni promuovono l’attivazione delle gemme ascellari).
    • Effetti sulla formazione del cloroplasto e conseguente produzione di proteine della fotosintesi.
    • Riduzione della crescita degli internodi.
    • Richiamo dei nutrienti.

    Prodotti commerciali contenti citochinine di sintesi:

    • 6-Benziladenina. E’ un nuovo fitoregolatore contentente la 6-Benziladenina,la prima Citochinina di sintesi,questo prodotto è impiegato per indurre la cascola delle mele e quindi selezionare chimicamente i frutti da scartare al fine di favorire lo sviluppo di quelli che permangono.

    Al momento è registrato solo sul melo.

    Di fatto agisce in maniera similare ad un nanizzante e veicola i nutrienti.

    La loro funzione agisce su:

    • Regolazione della dominanza apicale, con un effetto di contrasto, e quindi contrario, a quello delle auxine, portando ad una stimolazione dello sviluppo delle gemme laterali (nelle dicotiledoni)
    • Senescenza, ritardandola.

    ACIDO ABSCISSICO

    Nonostante il suo nome possa richiamare il fenomeno dell’abscissione, e quindi in particolar modo la caduta autunnale delle foglie, ha in realtà un effetto maggiormente legato alla dormienza, legata questa alla stagionalità o a forti fenomeni di stress fisico. L’acido Abscissico:

    • Porta alla dormienza delle gemme e dei semi.
    • Contrasta l’effetto di accrescimento/distensione indotto dall’Auxina.
    • E’ l’ormone che attiva le difese della pianta in caso di stress idrico, salino e da freddo, agendo sulla chiusura e apertura degli stomi. Gioca così un ruolo importante nella riduzione della perdita dell’acqua (dovuta alla traspirazione) in condizioni di stress idrico.
    • Ha un effetto sulla senescenza.

    ETILENE

    E’ un gas,in condizioni fisiologiche è più leggero dell’aria,viene considerato ormone in quanto influisce sullo sviluppo della pianta e viene da essa prodotto.

    Il precursore dell’etilene è l’amminoacido metionina.

    Questo gas è responsabile della maturazione del frutto.

    Principali effetti indotti del gas Etilene

    • Abscissione: caduta di foglie frutti e fiori
    • Maturazione del frutto
    • Epinastia:,curvatura delle foglie verso il basso
    • Viene prodotto quando le radici vengono sottoposte a stress Idrici
    • Crescita orizzontale e perdita del geotropismo radicale
    • Le auxine sono limitatori dell’ etilene

    ORMONI VEGETALI SECONDARI

    • Acido jasmonico= difesa da stress,funghi e batteri
    • Acido salicilico= attivazione di geni induttori di resistenza
    • Poliammine= richiamo per insetti impollinatori
    • Turgorine=turgore cellulare
    • Strigolattoni=dominanza apicale
    • ‪Brassinosteroidi= distensione e divisione cellulare

    Vedi le applicazioni pratiche sui Bonsai

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    L’importanza dei substrati

    L’IMPORTANZA DEI SUBSTRATI

    di Simone Chiarelli.

    Spesso chi si avvicina le prime volte al bonsai, sottovaluta l’importanza che riveste il substrato ai fini della salute delle nostre piante. Tra le tecniche di base, si tende a dare più importanza alla concimazione e all’annaffiatura, trascurando le tempistiche nei rinvasi e ritenendo il “terriccio” nel quale far vivere il bonsai come una componente di secondaria importanza.

    Questo atteggiamento da parte del novizio bonsaista, viene poi meno col passare del tempo, mano a mano che si frequentano corsi, stage, o ci si documenta su forum e siti vari, e mano a mano che si osservano i comportamenti dei bonsai in base al substrato nel quale sono stati rinvasati. Da questo punto di vista, il momento del rinvaso e la conseguente osservazione del pane radicale, rappresenta due momenti topici per capire quanto il substrato utilizzato in occasione del rinvaso precedente sia adeguato. Considerato il fatto che un bonsai, salvo casi di emergenza, viene sottoposto al rinvaso non più di una volta l’anno (ma per quelli formati la norma è una volta ogni due o tre anni), si capisce come un errore nella scelta del substrato possa essere o scoperto o risolto come minimo solo dopo un anno, in corrispondenza del rinvaso successivo.

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    Per comprendere la delicatezza della questione “substrato” basta fare due semplici osservazioni.
    Se ci soffermiamo a considerare che l’assimilazione di acqua e componenti nutritivi è effettuata (principalmente) dalle radici, possiamo facilmente capire l’importanza del terriccio, all’interno del quale le radici si sviluppano e vivono durante tutto l’anno.

    Se poi aggiungiamo che il bonsai vive in un ambiente estremamente ristretto (e non in terra come per le comuni piante) entro il quale le radici devono muoversi, può essere sufficiente per capire come un parte dei problemi che il bonsai manifesta (punte delle foglie secche, marciume radicale e ristagno d’acqua, radici asfittiche) sia direttamente legata proprio alle condizioni del terriccio utilizzato.

    Un’altra questione importante è rappresentata dall’importanza di usare, spesso anche se non sempre, substrati composti, come risultato di miscele di più componenti e non substrati rappresentati da un solo “ingrediente” di base. In altre parole il substrato che ognuno di noi utilizza è la risultante di miscele di due o più substrati di base a formare un composto che riteniamo adeguato in base ad essenza, esposizione, latitudine/altitudine, frequenza di annaffiatura, stadio di formazione del bonsai/prebonsai.

    CARATTERISTICHE STRUTTURALI

    Lo studio della chimica del terreno ci stimola a vedere il substrato dove vivono le radici, come un qualcosa non formato del solo terreno, ma come un sistema composto di tre elementi principali: terra, aria, acqua. La composizione percentuale di questo sistema varia di molto a seconda che si parli di piante in campo o piante in vaso.

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    Da “Substrati e la coltivazione delle piante in contenitore”

    I substrati tipicamente utilizzati nell’arte bonsai hanno come requisito principe la struttura fisica, che generalmente è formata da grani il cui calibro (granulometria) è pari o al di sopra dei due millimetri: prima del rinvaso si cerca quindi di setacciare il substrato di base (akadama o pomice o altro) eliminando la polvere in esso contenuto ed eliminando quanto inferiore a 1 o 2 mm.

    Il risultato dell’operazione col setaccio è generalmente la formazione di due substrati di base diversi. Uno con granulometria medio/grossa (da usare come drenaggio in fondo al vaso), l’altro con granulometria medio/piccola (ma sempre sopra al millimetro o due) da miscelare come composto di base insieme ad altri substrati di base (a loro volta setacciati) per formare il substrato finito da coltivazione.

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    L’uso delle diverse granulometrie

    Premesso quanto sopra, quali sono le qualità fisiche che deve avere un buon substrato? Principalmente quattro.

    • Un buon drenaggio
    • Un buon passaggio di aria tra i grani
    • Mantenimento della struttura fisica nel tempo
    • Capacità di indurre la formazione di radici capillari

    DRENAGGIO

    Una delle caratteristiche cui si deve prestare attenzione è proprio la capacità di drenare e far scorrere, via dal foro di scolo, l’acqua in eccesso ed i residui derivanti dalla concimazione e dalla somministrazione di altre sostanze (acidi umici, integratori). Un buon drenaggio quindi è necessario per evitare ristagni d’acqua ed evitare l’insorgere di malattie fungine letali come il marciume radicale.

    AREAZIONE DEL SUBSTRATO

    La costituzione di un substrato con granulometria adeguata permette anche il passaggio di aria tra i grani: un terriccio areato consente un maggior ricambio gassoso, evita l’asfissia radicale e la disponibilità di una maggior quantità di ossigeno da parte delle radici (quindi maggior crescita).
    A questo punto comprendiamo come un buon terreno da bonsai (ipotizziamolo in assenza di concimazioni e integratori) comprenda tre elementi di base (terra, aria, acqua) che combinati assicurano una crescita sana ed equilibrata alla pianta.
    La presenza di un’abbondante quantità di aria consente anche un elevato e veloce ricambio di aria/acqua e quindi una maggior crescita da parte della pianta.

    MANTENIMENTO DELLA STRUTTURA

    Un’altra caratteristica da non trascurare è il mantenimento della struttura nel tempo.
    Quali sono i motivi che spingono il bonsaista a rinvasare con la cadenza prescelta?
    Se si trascura la motivazione “crescita” (la pianta è stata lasciata crescere ed il vaso risulta inadeguato come dimensioni alla pianta cresciuta), le cause che portano al rinvaso sono essenzialmente due

    • Le radici hanno riempito il vaso ed escono dal foro di scolo o addirittura nei casi più gravi il pane ne risulta sollevato dal bordo
    • I grani si sono disgregati e hanno creato un composto unico, compatto e poco areato/drenante.

    La terza motivazione, che interessa in questo frangente, è la conseguenza del tempo che passa e dell’alternarsi delle stagioni. Con il passare del tempo infatti la crescita delle radici ed il “movimento” che esse inducono nel substrato, l’apporto di acqua e di concimazioni, il susseguirsi di temperature fredde in inverno e calde in estate, disgregano i grani frantumandoli e facendo decadere il terriccio in termini di drenaggio, ossigenazione, scambio gassoso. Si crea quindi un composto dove gli interstizi tra i grani sono ridotti al minimo e vengono a decadere le qualità del substrato.

    Quindi diventa importante utilizzare, soprattutto per bonsai formati e soggetti a rinvasi meno frequenti, substrati che abbiano un ottimo mantenimento della struttura del tempo, dotati di una struttura fisica forte e durevole e meno soggetta a decadimento a causa degli agenti atmosferici e non.
    Da questo punto di vista, se paragoniamo l’akadama/kanuma con la pomice, ci rendiamo conto quanto le prime siano dotate di grani la cui disgregabilità è maggiore rispetto a quanto succede per la pomice: e da questo ne consegue una maggior frequenza nei rinvasi per ovviare al decadimento del terreno (e della salute della pianta). Probabilmente il problema disgregabilità, legato come detto anche alle temperature invernali rigide, si presenta in misura minore in un clima come quello giapponese dove le temperature sono generalmente più miti (fatta eccezione per l’isola di Hokkaido).

    FORMAZIONE DI PELI RADICALI

    Un’ultima caratteristica molto importante per un substrato bonsai è quella di induzione alla formazione, nell’apparato radicale, di quanti più peli radicali possibile.
    I peli radicali rappresentano la fase terminale della radice, la parte che però riveste un ruolo fondamentale nell’assimilazione di acqua ed elementi nutritivi da parte della pianta. Per una pianta il cui spazio vitale è ridotto all’osso, avere, in percentuale, un’alta percentuale di peli radicali, diviene fondamentale per il corretto approvvigionamento di acqua ed elementi nutritivi.
    Questa proprietà è direttamente legata alla granulometria del composto in termini di forma (grani irregolari e non smussati) e dimensione.

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    Nella figura sopra il comportamento della radice di fronte ad un grano smussato e ad un grano irregolare.Si noti la suddivisione del pelo radicale nel caso di grano irregolare

    CARATTERISTICHE CHIMICHE – PH

    Il pH è una misura della reazione chimica di una soluzione. La reazione può essere neutra, acida o basica.

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    Terreni e PH

    L’importanza del PH deriva dalle correlazioni che esso ha con la fertilità del terreno stesso e con la disponibilità di alcuni elementi nutritivi. Alcuni elementi nutritivi, macro e microelementi utilizzati dai vegetali per la loro crescita, assumono infatti forme che risultano assimilabili o non assimilabili al variare del PH del terreno.

    Ad esempio se il PH del terreno è solitamente neutro (intorno a pH 7), alcuni minerali come il calcio e il magnesio, sono maggiormente solubili in presenza di PH basico (pH >7), altri come ferro, il manganese ed il rame, sono maggiormente solubili in soluzioni acide rendendosi quindi indisponibili per le piante in presenza di PH elevati (basici).

    In termini pratici ne deriva che la maggior parte delle piante vegeta bene in substrati neutri o vicini al neutro: ci sono però alcune eccezioni rilevanti come azalee e rododendri, eriche che costringono il bonsaista all’utilizzo di substrati acidi di provenienza giapponese quali la kanuma, o altre essenze come l’acero o le sughere che secondo recenti evidenze empiriche prediligerebbero terricci leggermente acidi.
    Le piante che prediligono un substrato acido sono dette “acidofile”, quelle che lo prediligono basico “basofile”, quelle infine che vivono bene in un substrato neutro “neutrofile”.

    Tra gli effetti concreti della variazione eccessiva del PH di un terreno si notano:

    • I classici casi di clorosi ferrica nel caso di acidofile il cui substrato acido vede innalzarsi il PH (e quindi diventare alcalino).
    • Al contrario, una forte riduzione di pH durante il corso della coltivazione porta ad un forte assorbimento di microelementi.

    POTERE TAMPONE

    Direttamente correlato al concetto di acidità/basicità nel terreno è il potere tampone.
    In chimica una soluzione è detta tampone quando ha la capacità intrinseca di mantenere stabile il pH anche a seguito di rilevanti aggiunte di un acido o di una base.

    Il potere tampone in chimica del suolo è definito quindi come la capacità del substrato di mantenere stabile il proprio PH contrastando variazioni verso l’acidità o basicità dello stesso.
    La stabilità del PH in un substrato è quindi un requisito importante affinchè il substrato stesso mantenga nel lungo periodo un adeguato grado di fertilità e assimilabilità degli elementi in esso disciolti, senza che questi si rendano non più disponibili e assimilabili dal bonsai dopo un certo periodo di tempo a causa della variazione del PH.

    A parità di condizioni, il potere tampone dei terreni alcalini verso l’acidificazione è più alto di quanto sia quello dei terreni acidi verso l’alcalinizzazione. Questo fenomeno rende molto più difficile la correzione dei terreni alcalini rispetto a quella dei terreni acidi.

    Il maggior potere tamponante dei terreni alcalini è correlato alla CSC (si veda sotto): la capacità di scambio cationico aumenta infatti con l’aumentare del PH e quindi risulta maggiore nei terreni il cui pH è basico.
    Scendendo nello specifico i terreni a base di torba bionda, hanno un minor potere tampone rispetto alle miscele di torba con argilla (notare che l’akadama è un’argilla), humus di corteccia e terricci da compostaggio. Da prove di laboratorio si è notato che l’humus di corteccia, utilizzato come sostanza tampone, riveste una grande importanza nei substrati per coltivazione: sarebbe infatti in grado di tamponare sia l’effetto dell’acqua per irrigazione con bassa durezza da carbonati, sia quello dell’acqua con alta durezza.

    CSC

    La CSC, abbreviazione per capacità di scambio cationico, è la quantità di cationi che sono potenzialmente scambiabili dal substrato, il quale li mette a disposizione delle piante e dei microrganismi per la loro assimilazione. In sostanza esprime la capacità del terreno di essere fertile, soprattutto nel medio/lungo periodo, rilasciando gradualmente le sostanze nutritive assimilabili da parte del vegetale.

    La CSC è espressa generalmente in milliequivalenti per 100 grammi (meq/100g).
    Si colloca generalmente tra i 5 ed i 50 meq/100g. Nei suoli torbosi può addirittura raggiungere valori intorno a 200.
    Come accennato in precedenza, la capacità di scambio cationico aumenta con il pH, quindi i terreni alcalini hanno una CSC più alta dei terreni acidi.

    Interessante è notare come la CSC sia correlata (in maniera direttamente proporzionale) al contenuto di argilla e soprattutto di sostanza organica. Questa caratteristica ha interessanti conseguenze per il bonsaista se si pensa che l’akadama non è altro che un’argilla.

    INTERRELAZIONI TRA SUBSTRATI E CONCIMAZIONI

    Più è alta la CSC, minore sarà il dilavamento della sostanza assimilabile e al contrario sarà resa disponibile gradualmente alle radici.

    Il principale problema deriva dal fatto che i substrati da bonsai, generalmente composti da alte percentuali di pomice e akadama o altri inerti, hanno una medio/bassa CSC (rispetto a composti non inerti), per cui la loro capacità di trattenere gli elementi della fertilizzazione (e cederli gradualmente) è generalmente modesta.
    Ne deriva che in terreni ultra drenanti e inerti, dove quindi la componente organica viene a mancare, la CSC è bassa, ed il dilavamento dei componenti nutritivi è veloce ed elevato.
    In questi terreni è consigliabile quindi effettuare concimazioni organiche solide a lenta cessione (Biogold, Hanagokoro, Aburukasu) in modo da aumentare la parte organica nel substrato e di conseguenza elevare la capacità in termini di CSC. Elevando la CSC si ha quindi una maggiore fertilità ed una cessione della sostanza assimilabile graduale e prolungata nel tempo.

    Oltre al miglioramento della CSC, un ulteriore effetto dell’uso di concimazioni organiche in substrati inerti, è anche la loro maggior compatibilità con la presenza di microrganismi batterici.
    Questi infatti rivestono un ruolo importante nell’assorbimento dei nutrimenti minerali. Basti pensare come la maggior parte delle piante assorba infatti solo l’azoto in forma nitrica: nel caso di somministrazione di azoto in forma ureica o ammoniacale, alcune specie batteriche saranno preposte alla trasformazione in azoto nitrico maggiormente assimilabile.

    In terreni dotati di maggiore sostanza organica, dove la CSC è maggiore, si possono invece utilizzare con maggior tranquillità concimazioni liquide di tipo chimico che saranno dilavate in misura minore.

    Concimazioni autunnali

    Nell’immaginario del bonsaista alle prime armi, l’autunno rappresenta il momento in cui si ripongono gli attrezzi ed i concimi, per poi riprenderli in primavera o nel tardo inverno. Col passare del tempo però si capisce che non è così, e ci si ritrova con il passare degli anni a lavorare sulle piante sempre più durante l’autunno e l’inverno per i motivi più svariati. Espianti, potature ed anche concimazioni. Concimazioni? Ebbene sì, la tecnica agronomica e la chimica del suolo negli ultimi anni si sono molto evolute ed hanno trasferito le loro conoscenze al mondo del bonsai, il bonsaista di turno, con gli anni, ha capito sempre di più l’importanza della salute delle proprie piante come condizione necessaria per la buona riuscita degli interventi e delle lavorazioni effettuate nel corso degli anni.

    In agricoltura ad esempio, in ambito “concimazioni” si è passati negli anni da un uso intensivo delle concimazioni chimiche, strategia massimizzante di breve periodo, ad un uso più consapevole dei concimi organici, strategia meno massimizzante nel breve in termini di crescita della pianta, ma migliore nel medio e lungo periodo perchè capace di preservare, se non addirittura favorire, la flora del terreno con un ritorno sulla salute della pianta stessa in termini di una maggiore assimilazione dei nutrienti (io ho abbandonato da anni i concimi chimici a base di azoto).

    Col passare degli anni si è dato più peso in ambito bonsaistico anche alla seconda parte della tripletta (NPK), nei suoi elementi P (Phosphorum) e K (Kalium = Potassio).

    L’autunno si è trasformato così in un periodo di concimazioni fosfo-potassiche, dove ciascuno di noi diventa un piccolo chimico alle prese con ricette segrete e regole di concimazione complicate da rispettare.

    OBIETTIVI

    Ma qual’è lo scopo della concimazione in autunno? Le concimazioni primaverili ed estive sono concimazioni quasi esclusivamente azotate, dove l’obiettivo è quello di spingere la pianta verso una crescita nelle sue componenti verdi, alla ricerca della maggior vegetazione possibile, con l’auspicio di aumentare i cicli vegetativi e di formare le ramificazioni secondarie e terziarie. Le concimazioni autunnali hanno invece, a mio modo di vedere, tre obiettivi principali.

    PREPARAZIONE ALL’INVERNO E PROTEZIONE DAL FREDDO

    Si prepara la pianta al freddo invernale, eliminando dalla dieta l’azoto superfluo e nocivo. Questo perchè l’uso di azoto, portando la pianta a vegetare, la espone maggiormente al freddo e alle gelate invernali.

    ISPESSIMENTO DEI TESSUTI E INGROSSAMENTO DEL TRONCO

    L’uso di Potassio e Fosforo favorisce anche l’ingrossamento del fusto e la formazione della corteccia.

    STIMOLAZIONE DELLA FIORITURA PER L’ANNO SUCCESSIVO

    Un effetto dell’uso di concimazioni fosfo-potassiche è anche la produzione di una miglior fioritura nel corso dell’anno successivo, sia che si somministrino su piante a fioritura tardo invernale, sia che si somministrino su essenze a fioritura primaverile/estiva. Ho visto personalmente gli effetti su una pianta di gelso bianco ed una di rosmarino. Comprate e non trattate per due anni dopo l’acquisto a concimi P e K, producevano pochi fiori e, nel caso del gelso, pochissime more. Una volta trattate con concimi autunnali sto assistendo negli anni ad una produzione di fiori e frutti che ogni anno è maggiore rispetto all’anno precedente, con, nel caso del rosmarino, tre quattro fioriture abbondanti ogni anno.

    TEMPISTICHE

    Con quali tempistiche si effettuano concimazioni a Fosforo e Potassio? Solitamente da metà Settembre fino, in alcuni casi, a tutto novembre inoltrato. Ognuno di noi ha esperienze e tempistiche leggermente diverse. Personalmente non ho date precise, ma attendo di vedere la pianta aver esaurito la mini ripresa tipica di Settembre, durante la quale produce nuovi germogli e vegetazione verde, e poi comincio con la somministrazione.

    PRODOTTI

    Quali prodotti si usano? Si usano prodotti specifici, che, a differenza dei concimi azotati, sono reperibili sul mercato con un po’ più di difficoltà. Sono solitamente liquidi chimici (qualfuno usa anche concimi solidi con buoni risultati) ed hanno una percentuale di azoto non completamente azzerata ma intorno al 3-5%, quel poco di azoto che consente una miglior assimilazione di P e K. Nel mio caso uso due prodotti liquidi separati, di una nota casa di fertilizzanti, le cui triplette sono le seguenti.

    (Potassio) NK 3-15

    (Fosforo) NPK 5-25-5

    A differenza dei prodotti azotati, nel caso dei quali si usano prodotti specifici per bonsai, si tratta in questo caso di concimi usati per le piante in genere. Li uso miscelati insieme in modo da preparare una soluzione al 4% ogni 1,5 litri, come sempre leggermente inferiore a quanto consigliato (4,5 ogni 1,5 litri).

    La frequenza è quella prescritta sulla confezione, cioè una volta ogni due settimane fino circa a metà Novembre.

    Ed un buon autunno a tutti voi e a tutte le vostre piante!

    Foglie rosse, antocianine e bonsai (parte 1)

    di Simone Chiarelli

    L’autunno nell’emisfero boreale è associato all’avvicinarsi della stagione fredda e quindi alla caduta delle foglie per le specie decidue. Le piante a foglia caduca sono vicine al riposo invernale mostrando prevalentemente colorazioni gialle e marroni. In alcune aree del pianeta però il periodo autunnale è un’occasione unica per ammirare lo spettacolo del mondo vegetale nel mostrare anche colorazioni di tipo rossastro, meno comuni alle nostre latitudini, ma molto presenti nella costa nord est degli stati uniti e nel Canada, a causa della presenza di boschi estesi di aceri canadesi e altre essenze a colorazione rossa autunnale. Questa peculiarità, ho saputo poi con gli anni, richiama annualmente una particolare tipologia di turismo, che va alla ricerca del rosso autunnale e dello spettacolo che il mondo vegetale offre in questo periodo a latitudini più fredde delle nostre. Questa passione per il rosso accomuna se vogliamo, alcuni di noi che facciamo bonsai, a questi turisti. Chi di noi non prova piacere ad ammirare un acero palmato giapponese nel pieno dei suoi colori autunnali, dalle tonalità quasi fosforescenti? Partendo da queste premesse ho svolto, incuriosito, alcune ricerche per capire meglio le ragioni dello sviluppo di queste colorazioni rossastre nel mondo vegetale, le motivazioni e le dinamiche che conducono una pianta a sviluppare tali sfumature proprio in questa stagione.

    PIGMENTI

    Ne esce un quadro variegato dove gli scienziati, pur concordi sul meccanismo che conduce allo svilupparsi delle colorazioni rossastre, non ne hanno ancora chiaro il motivo. Di sicuro c’è che le colorazioni che vediamo, sono dovute a pigmenti di varia natura. Il verde dato dalla clorofilla, il giallo dal carotene, il marrone causato dal tannino. Per quanto riguarda la colorazione rossa, il tutto è causato da un gruppo di pigmenti rossi chiamato antocianine. Naturalmente la colorazione autunnale è una specificità della singola essenza e, all’interno della singola essenza, è una specificità del singolo esemplare: per il rosso abbiamo ben presente gli aceri palmati o gli aceri canadesi o i liquidambar, per il giallo possiamo prendere, come esempio di alberi dotati di un giallo insolitamente intenso, ginkgo biloba, tigli e gelsi.

    ABSCISSIONE, CLOROFILLA E ANTOCIANINE

    Il meccanismo che, in certe essenze, porta in autunno a mostrare la colorazione rossa, è dovuto alla produzione del pigmento antocianine, sintetizzato dagli zuccheri presenti nella foglia, e alla contemporanea diminuzione, con l’approssimarsi della stagione fredda, della presenza di colorazione verde della clorofilla. Con l’arrivo dei primi freddi infatti, il fenomeno che porterà in breve tempo all’abscissione (cioè alla caduta delle foglie) impedisce alla clorofilla di essere sintetizzata e di rimanere all’interno delle foglie. Contemporaneamente si ha una forte presenza di zuccheri, sotto forma di carboidrati, che, sintetizzati nella foglia ma senza che siano distribuiti al resto della pianta a causa delle zone di abscissione alla base del picciolo, permettono una maggiore concentrazione di antocianine all’interno delle foglie stesse. L’assenza o la forte diminuzione della clorofilla nella foglia, permette l’esaltazione quindi della colorazione rossa indotta dall’antocianina, la cui presenza non è più coperta dalla presenza di pigmento verde.

    Il rinvaso passo a passo di un prebonsai

    IL RINVASO PASSO A PASSO DI UN PREBONSAI

    di Simone Chiarelli

    L’anno scorso ho effettuato un rinvaso di un olmo di proprietà di un’amica.
    La pianta non era stata rinvasata da molti anni e dovevo ridurre il pane radicale per rinvasarla in un vaso molto più piccolo di quello dal quale proveniva.

    Ho eseguito il rinvaso al momento in cui le gemme sono diventate gonfie pronte a ributtare.

    figura1

    Figura 1
    Per prima cosa ho scelto il vaso, di plastica, leggero, e basso.
    Quello in figura 1 ha 8 fori di scolo il che è importante perché permette di far fuoriuscire bene l’acqua da sotto.

    figura2

    Figura 2
    Ho messo sul fondo (Figura 2) della retina usata per zanzariere. Questo consente la non fuoriuscita del terreno o l’entrata di insetti indesiderati
    figura 3

    Figura 3
    I fori piccoli (sono 4 in tutto) li uso per ancorare la rete al vaso, internamente…

    figura 4

    Figura 4
    …ed esternamente al vaso con piccoli pezzi di filo da bonsai (figure 3 e 4)

    figura5

    Figura 5

    figura 6

    Figura 6
    Ho tagliato dell’altro filo bonsai (Figura 5 e 6) con il quale ancorerò la pianta al vaso, facendo passare il filo per due fori di scolo (due dei quattro grandi di cui è dotato il vaso).

    figura7

    Figura 7
    Ho setacciato poi la pomice grossa (Figura 7) da usare per il drenaggio sul fondo.

    figura8

    Figura 8
    Ho steso la pomice da drenaggio sul fondo del vaso (figura 8).

    figura9

    Figura 9
    In una bacinella (figura 9) a parte ho già messo pomice piccola e akadama già setacciate in precedenza.

    figura10

    Figura 10

    Ho aggiunto il terriccio universale e ho mischiato il tutto.
    Il tutto sarà:

    • 30%pomice
    • 20% akadama
    • 50% Terricco universale (T.U.)

    figura11

    Figura 11
    Con la miscela così ottenuta ho messo un primo strato sopra il drenaggio.

    figura12

    Figura 12
    Ora passiamo all’olmo (Figura 13).
    Ho cominciato a eliminare la terra con una bacchetta da ristorante cinese.

    figura13

    Figura 13
    Con l’uso della vanghetta e delle forbici da radici ho eliminato la parte più esterna del pane radicale.
    figura14

    Figura 14
    Con l’uso del bastoncino cinese (figura 14) sono poi passato a eliminare la terra vecchia dalla parte del pane più vicina alla pianta.

    figura15

    Figura 15
    L’olmo accanto al nuovo vaso.

    figura16

    Figura 16
    L’olmo nel suo alloggiamento. Notare che il filo di ancoraggio è passato sopra il pane radicale.

    figura17

    Figura 17
    Ho aggiunto il terreno e con la mano ho compattato la terra in modo che sia distribuita uniformemente.

    figura18

    Figura 18
    Non resta che tirare da sotto il filo di ancoraggio per fissare la pianta al vaso.

    figura19

    Figura 19
    Ho tirato bene il filo per ancorare la pianta al vaso ed evitare che rimanessero sacche di aria.
    I due capi del filo saranno poi legati l’uno con l’altro.

    figura20

    Figura20
    Il nuovo ed il vecchio vaso…

    figura21

    Figura21
    Ho annaffiato fino a far scolare l’acqua dai fori del vaso.
    Ho tenuto all’ombra una settimana.

    Progetto, impostazione e programmazione dei lavori

    PROGETTO, IMPOSTAZIONE E PROGRAMMAZIONE DEI LAVORI

    (tratto da appunti raccolti durante una lezione di Andrea Terinazzi di Novembre 2012) di Simona Hirsch e Simone Chiarelli

    Uno degli aspetti più difficili nel fare bonsai è costituito dalla programmazione dei lavori e delle diverse impostazioni che si devono susseguire negli anni sulla pianta, in modo da trasformarla da pianta da vivaio o prebonsai o pianta prelevata in natura, a bonsai da mostra. Spesso ci si trova di fronte una pianta che viene “smontata” pesantemente in occasione del primo intervento, ma sulla quale poi non si hanno idee su eventuali ulteriori interventi futuri. Fondamentale per il bonsaista è dunque quello di “vedere“ gli sviluppi futuri, sapere quale sarà la forma finale della pianta e programmare di conseguenza gli interventi negli anni. E’ necessario quindi che tutti gli interventi, anche i più piccoli, siano parte integrante di un disegno complessivo di lungo periodo. Le righe qui sotto provengono, seppur in parte integrate, da appunti annotati da Andrea Terinazzi in previsione della lezione da lui tenuta, in occasione del corso intermedio, a Novembre 2012.

    1 Scelta del materiale

    Il primo momento nella progettazione della pianta è costituito da un’accurata scelta del materiale.

    PREGI E DIFETTI

    Un errore nella scelta della pianta da lavorare (difetti talmente evidenti che ne pregiudichino o ne limitino anche in futuro miglioramenti) porta ad anni di lavoro spesi nella direzione sbagliata e ad una pianta che molte volte rimane non valorizzata perché non gradita dal bonsaista. La scelta deve essere fatta senza fretta, con ponderazione e con riflessione, senza farsi prendere dalla volontà di acquistare per forza la prima pianta che ci passa sotto gli occhi. In un mondo ideale basterebbe applicare le regole che tutti i corsi per bonsaisti e i libri insegnano, ma in realtà difficilmente riusciremo a trovare materiale da «manuale»; quindi dobbiamo volgere l’attenzione su singoli elementi che caratterizzano la pianta. se i pregi superano i difetti (e se i pochi difetti presenti sono eliminabili/camuffabili nel tempo), allora possiamo procedere all’acquisto o al recupero della pianta.

    CARATTERISTICHE E REGOLE

    Il materiale di partenza deve essere bello. Tutte le operazioni che andremo a compiere devono essere fatte nel modo migliore. Cosa si considera bello nel bonsai?

    • la proporzione
    • l’asimmetria
    • il fatto che la pianta non deve essere né ripetitiva né artificiale.

    PIANTE E BUOI DEI PAESI TUOI

    Da tenere molto in considerazione anche la scelta dell’essenza da acquistare: ai fini di tale scelta dobbiamo tener conto della posizione/altitudine (sul livello del mare) dove la pianta vivrà. I risultati migliori si ottengono solitamente coltivando essenze autoctone, evitando quindi, tanto per fare due esempi, di coltivare Larici in Sardegna e Sughere a Merano.

    DA QUANTO TEMPO E’ ESPIANTATA

    Se la pianta è in giardino o bosco dobbiamo tener conto che le piante, prima di essere lavorate, dovranno superare lo shock dell’espianto e devono essere ben attecchite ed in salute: quindi i tempi della prima impostazione si allungheranno molto, dai 2 ai 5 anni dal prelievo.

    2 Progetto

    Una volta scelto il materiale e venuto il momento di poter lavorare la pianta, ci poniamo di fronte al nostro piccolo problema: che fare?

    DISEGNO E ANALISI

    Butteremo giù un progetto.

    Con calma, inizieremo a studiare la pianta partendo dal basso poi salendo lungo il tronco, analizzandone tutte le angolature e ruotandola per valutare l’ipotetico fronte.

    Se non si hanno idee chiare è meglio non lavorare ma analizzare la pianta a 360° e cercare di trovare tre o quattro possibilità alternative di realizzazione facendo alcuni schizzi che blocchino le tue visioni.

    Faremo questo tenendo conto dello stile che più si adatta alle caratteristiche della pianta, scegliendo il fronte o i vari altri fronti possibili, e di conseguenza il primo ramo che, come sappiamo, darà l’indirizzo a tutta la pianta.

    Il disegno non deve essere fatto da un artista ma serve solo a fissare le tue idee, anche se non sarà vincolante ma ci indicherà una linea da seguire, con varie metodiche per raggiungere il nostro progetto finale.

    Analizzeremo tutte le parti facendo un programma di interventi per migliorare o nasconderne i difetti: dove è possibile correggere inizieremo a farlo, laddove non fosse possibile vedremo come nasconderli o camuffarli.

    A volte un difetto può essere sfruttato, addirittura facendone il punto focale che caratterizza la pianta: ecco perché va tutto ponderato bene prima di procedere con tagli o pieghe soprattutto quando sono importanti. Meglio aspettare qualche giorno in più a fare un taglio importante che farlo in maniera affrettata e poi non poter più tornare indietro.

    Non devono essere fatti interventi approssimativi e affrettati: tra il brutto e il bello non c’è continuità.

    Importante è come uno si pone di fronte la pianta

    Prima Regola: io non lavoro la pianta, io lavoro con la pianta
    Seconda Regola: l’asimmetria è la finalità da raggiungere nel nostro progetto.

    L’impostazione di una pianta è l’inizio di rapporto a due, dove devi essere pronto a tornare sulle tue decisioni, se l’albero per vari motivi non risponde positivamente a ciò che ti eri prefissato.

    3 Programma dei lavori

    • Prima impostazione
      Nella prima impostazione: vengono corrette le posizioni dei rami e del tronco usando il filo e i tutori (in questa fase su piegature importanti bisognerà usare tutte le tecniche di protezione, tipo rafia, nastri di gomma, tutori di sostegno a pieghe, dove utilizzati – o attrezzi per piegatura particolari); ai rami verrà applicato il filo solo sul primario e secondario, se ci sono.
      Seguirà un anno di coltivazione per consolidare le pieghe fatte. Le pieghe sono utili anche far penetrare meglio la luce nelle parti interne dei rami che normalmente sono spoglie. Il filo si toglierà quando inizierà a incidere la corteccia e verrà riposizionato nuovamente se il periodo lo consente.
      I rami verranno lasciati in numero superiore a quello che sarà il disegno del progetto: questo ci consentirà di avere strade alternative nel caso in cambiassimo parzialmente idea o nel caso in cui alcuni rami seccassero.
      In questa fase i secchi non si lavorano perché tutto il progetto è provvisorio.
    • Seconda impostazione
      Se tutto va bene e la pianta risponde bene si passa alla seconda impostazione, che consiste nel rivedere il disegno e cominciare a selezionare i rami e eventuali sostituzioni di apici sia sui rami primari che secondari; intanto avremo più conoscenza della pianta grazie all’analisi di come risponde alle nostre sollecitazioni, lavorazioni, tecniche di coltivazione e la sfrutteremo per raggiungere i nostri obiettivi.
    • Terza impostazione
      Anche qui, se tutto andrà bene passeremo alla terza impostazione che consiste nel lavorare le parti morte della pianta, dove ce ne sia la necessità, e una nuova filatura che stavolta riguarderà i rami secondari e terziari, visto che i primari e il tronco dovrebbero essere, a questo punto, già in posizione, al limite useremo dei tiranti per spostarli o abbassarli.
    • Quarta impostazione
      Siamo ormai alla quarta impostazione (che non vuol dire 4° anno) quindi la pianta verrà messa in vaso bonsai, radici permettendo.
      Nella scelta del primo vaso è meglio selezionarne uno un po’ più grande del previsto, perché a volte qualche centimetro in meno può costare la perdita della nostra pianta o nella migliore dell’ipotesi un fermo della stessa.
      Naturalmente nel progetto dobbiamo cercare il più possibile di rispettare il carattere della specie (un abete in uno stile a scopa rovesciata sarebbe molto improbabile).